Italo Calvino

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Italo Calvino è forse il narratore più importante del secondo Novecento. Ne ha frequentato tutte le principali tendenze letterarie, dal Neorealismo al Postmoderno, ma sempre restando ad una certa distanza da esse e svolgendo un proprio coerente percorso di ricerca. Di qui l’impressione contraddittoria che offrono la sua opera e la sua personalità: da un lato una grande varietà di atteggiamenti che riflette il vario succedersi degli indirizzi culturali; dall’altro una sostanziale unità determinata da un atteggiamento ispirato al razionalismo, dal gusto dell’ironia, dall’interesse per le scienze e per i tentativi di spiegazione del mondo, nonché da una scrittura sempre cristallina.

Proprio in questa varietà e unità va cercato il significato più profondo della vicenda artistica di Calvino: egli ha cercato per tutta la vita una risposta, in termini razionali e morali, al senso di un mondo che gli si è andato rivelando sempre più labirintico e incomprensibile.

Per dare conto della varietà e dell’articolazione del percorso do Calvino è utile anzitutto suddividere il quarantennio della sua attività in due periodi: quello tra il 1945 e il 1964, in cui fermentano esigenze di impegno e di realismo, e il successivo dal 1964 al 1985, in cui prevalgono poetiche di tipo combinatorio e poi postmoderno, e ideologie scientiste prima, vagamente nichiliste poi. Il 1964 è l’anno di svolta, corrispondente al momento in cui Calvino si sposa, lascia Torino e va ad abitare a Parigi. D’altra parte ciascuno dei due periodi è suddivisibile in due diversi momenti: in quello dal 1945 al 1964, si passa da una fase neorealista, fino agli anni Cinquanta, a una successiva ispirata a una ricerca aperta, procedente ora in direzione realistica (La nuvola di smog, 1958; La giornata di uno scrutatore, 1963), ora in direzione fantastico-allegorica (nei tre romanzi brevi riuniti sotto il titolo complessivo I nostri antenati). Anche il secondo periodo presenta due fasi diverse, la prima qualificata da un vivo interesse per le scienze, corrispondente agli anni delle Cosmicomiche (1965), e una successiva in cui prevalgono tendenze di tipo postmodernista (Palomar, 1983).

La vita

Nato nel 1923 a Santiago de las Vegas (Cuba) da genitori dediti alle scienze (il padre era un agronomo), cresciuto a Sanremo, educato in un ambiente antifascista, laico e colto, il giovane Calvino partecipa alla Resistenza e milita nel PCI. Laureatosi in Lettere nel 1945, frequenta il gruppo di intellettuali che collabora con la casa editrice Einaudi. E’ il periodo del neorealismo, a cui Calvino dà il proprio contributo con i racconti di Ultimo viene il corvo (1949) e con il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno (1947); collabora con “l’Unità” e lavora presso la casa editrice Einaudi. Gradualmente prende le distanze dal neorealismo e dal PCI, avvicinandosi a “Officina”. Nel frattempo scrive altri racconti, il ciclo de I nostri antenati, e una serie di racconti fantastici ma di ambientazione realistica sotto il titolo di Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963). L’interesse per le fiabe è d’altronde documentato dalla pubblicazione nel 1956 del volume Fiabe italiane. Nel 1963 esce anche il racconto lungo, o romanzo breve, La giornata di uno scrutatore, che pone fine al primo periodo della vita e della produzione narrativa di Calvino.

Nel 1964 Calvino si sposa con una argentina, Ester Judith Singer, traduttrice dall’inglese, e va ad abitare a Parigi (dove resta fino al 1980, quando tornerà in Italia per stabilirsi a Roma). I suoi interessi scientifici, connaturati alla sua stessa educazione di figlio di scienziati e di ex-studente della Facoltà di Agraria (poi abbandonata per Lettere), tornano a emergere con forza a contatto con gli ambienti del neopositivismo. I racconti fantascientifici di questi anni (Le Cosmicomiche, 1965 e Ti con zero, 1967), sempre condotti con elegante ironia, rientrano in questo clima. Nasce in lui l’idea della letteratura come “gioco combinatorio”, come attività condotta in laboratorio e volta a costruire romanzi artificiali; la parole si sostituiscono alle cose. Questa ipotesi teorica tipicamente postmodernista tende con il tempo a venire declinata con sfiducia crescente. Il gioco combinatorio rivela il nulla che gli sottostà. Gradualmente Calvino prende le distanze sia dall’impegno, sia dalla fiducia nella scienza. In questa situazione la letteratura stessa diventa un gioco elegante sull’orlo dell’abisso: le sue qualità alludono a una possibile salvezza che si dà solo nello stile e nella capacità multiprospettica di osservare una inesauribile complessità. E’ questo il messaggio del suo ultimo lavoro, destinato agli studenti americani, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 1988.

La cultura e la poetica

La cultura di Calvino presenta come elementi costanti di fondo il gusto cosmopolita, l’interesse per le scienze, la tendenza illuministica alla chiarezza e all’esattezza. L’illuminismo di Calvino è un metodo che fa ricorso all’analisi razionale per circoscrivere una complessità che all’intelletto appare, a mano a mano che si passa dagli anni Cinquanta ai Sessanta e ai Settanta, sempre più labirintica e insondabile. L’illuminismo calviniano si combina perciò con la fantasia e si affida a ipotesi fantascientifiche, al gioco, alla fiaba. Proprio per influenza della tradizione illuministica Calvino ama una scrittura dai caratteri neoclassici, chiara, nitida, esatta, precisa.

La poetica di Calvino è affidata a una serie di saggi che definiscono anche la parabola del suo svolgimento. Il modo in cui Calvino visse il Neorealismo è esposto nella Prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno scritta nel 1964. Egli afferma con forza il carattere collettivo e spontaneo del movimento e l’esigenza sperimentale di creare un nuovo linguaggio; inoltre sostiene, per quanto lo riguarda, di essere rimasto estraneo a ogni intento documentario e oratorio. La crisi e il superamento del Neorealismo sono testimoniati dal saggio Il midollo del leone, del 1955, in cui Calvino, pur accettando ancora l’ipotesi di una letteratura come educazione e impegno morale, respinge la sua subordinazione a compiti documentarii e a poetiche di partito. Successivamente due grandi saggi scritti rispettivamente nel 1959 e nel 1962, Il mare dell’oggettività e La sfida al labirinto, mostrano un confronto serrato con il nuovo romanzo francese e con le teorie della Neoavanguardia: Calvino crede ancora alla possibilità di studiare la complessità senza farsene travolgere e anzi mantenendo vigile un impegno razionale e morale volto a trasformare la realtà. Già in un articolo del 1970, Il romanzo come spettacolo, questa posizione appare superata. Calvino ha sposato l’idea che l’universo linguistico abbia soppiantato e sostituito la realtà, e concepisce il romanzo come un meccanismo chiuso in sé, che gioca artificialmente con le combinazioni possibili delle parole, senza rimandare più a un esterno da riprodurre. Nel corso degli anni Settanta la “sfida al labirinto” risulta ormai perduta, come dimostra l’appendice a Una pietra sopra (1980), in cui Calvino fa un bilancio della propria ricerca artistica prendendo le distanze dalle speranze e dalla fiducia del passato. Siamo negli anni in cui Calvino si avvicina al Postmoderno, di cui accetta una serie di motivi e di problematiche culturali, più che le soluzioni formali modellate sul romanzo di consumo (la sostituzione delle parole alle cose, il motivo del labirinto e della complessità, il nichilismo, la tendenza al gioco e all’ironia, il gusto della riscrittura).

Il linguaggio di Calvino è particolare e molto personale. La diffusione dei suoi libri, in Italia e all’estero, presso un pubblico composito, è in parte da addebitare al suo stile. E’ uno stile privo di orpelli, tendenze estetizzanti, componenti oratorie e ripiegamenti introspettivi, ma, al contrario, si presenta pulito, secco intriso di vivacità espressiva, fresco, sciolto, leggero, cristallino, capace di colpire il lettore con inesauribili trovate. La prosa è rapida e asciutta, essenziale e immediata, concreta e precisa, ove il piacere della lettura si coniuga con una sottile ironia e con un taglio etico. La sintassi è lineare, i periodi sono ben bilanciati, con prevalenza di schemi paratattici. Per la sua fantasia espressiva, non a torto Pavese ha definito Calvino “lo scoiattolo della penna”.

Il primo periodo della produzione narrativa: dal Neorealismo a La giornata di uno scrutatore

La fase propriamente neorealista di Calvino comprende due libri, il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno (1947) e Ultimo viene il corvo (1949), trenta racconti scritti con vena comica fra il 1945 e il 1948, di argomento resistenziale e sociale.

Il libro d’esordio, Il sentiero dei nidi di ragno, e i racconti scritti negli stessi anni presentano uniti i due aspetti, fantastico e realistico, che poi, negli anni Cinquanta, si divideranno. Nel romanzo Calvino resta lontano da tentazioni ideologiche e propagandistiche, scegliendo come protagonista un ragazzo, Pin, e raccontando le sue disavventure con i tedeschi per aver rubato una pistola ad un soldato. I partigiani di Calvino non sono esemplari, ma arruffoni e privi di coscienza politica. Allo scrittore preme infatti il ritmo felicemente fantastico del racconto più che la propaganda o la documentazione della lotta resistenziale.

Negli anni Cinquanta, pur restando fedele a un impegno etico-politico, Calvino tende ad abbandonare i moduli del Neorealismo e tenta la via dello sperimentalismo: gli elementi costitutivi del primo romanzo si scindono in due filoni, quello fantastico-allegorico e quello sociale volto a una conoscenza critica della realtà italiana dopo la guerra. Nel primo rientrano i tre romanzi brevi Il visconte dimezzato (1952), Il barone rampante (1957), Il cavaliere inesistente (1959), poi riuniti sotto il titolo I nostri antenati. Nel secondo vari racconti lunghi e il romanzo breve La giornata di uno scrutatore (1963). I due filoni si sovrappongono nei racconti Marcovaldo ovvero Le stagioni in città (1963), dove un manovale, Marcovaldo, ha una serie di avventure surreali in una città industrializzata ed estranea, dove la natura è ormai scomparsa. Egli è costretto a misurarsi con la moderna società tecnologica, di cui tuttavia non riesce a comprendere gli assurdi meccanismi.

I tre romanzi fantastici sono ambientati in epoche remote: alla fine del Seicento Il visconte dimezzato, fra Settecento e inizio dell’Ottocento Il barone rampante, nell’età di Carlo Magno Il cavaliere inesistente. Protagonisti sono creature bizzarre e irreali, con le quali tuttavia Calvino vuole rappresentare allegoricamente determinati aspetti della condizione umana: la scissione dell’uomo contemporaneo, alla ricerca di un’impossibile unità ed estraneo a se stesso nel Visconte dimezzato; la situazione dell’intellettuale che sceglie la strada della separazione dal mondo e che tuttavia non rinuncia a volerlo conoscere e migliorare nel Barone rampante; la vita vuota e artificiale dell’uomo d’oggi, ridotta a funzionamento astratto e cerebrale, nel Cavaliere inesistente. La struttura narrativa dei tre romanzi è analoga: le vicende vengono esposte da un narratore testimone degli eventi, che occupa comunque un ruolo secondario.

L’altro filone narrativo ha un’ambientazione realistico-sociale che rimanda all’Italia del boom economico. Tuttavia anche qui il vero tema centrale è quello dell’intellettuale che osserva su di sé gli effetti del proprio incontro con la realtà mutata. In La giornata di uno scrutatore il protagonista, l’intellettuale Amerigo Ormea, scrutatore in un seggio elettorale all’Istituto per minorati Cottolengo di Torino - esperienza totalmente autobiografica -, viene posto bruscamente di fronte all’universo abnorme e deforme dei ricoverati, ed è indotto a riflettere sulla debolezza della ragione e della civiltà rispetto al potere della natura. L’impatto violento con il mondo della disperazione lo porta a chiedersi sino a che punto un’ideologia politica e la fiducia nei valori razionali e nelle potenzialità dello spirito umano possano essere in grado di esorcizzare quella realtà di malattia e di degradazione. Si tratta di un romanzo di crisi che chiude la stagione delle speranze e dell’impegno.

Il secondo periodo della produzione narrativa: da Le cosmicomiche a Palomar

Il secondo periodo dell’attività letteraria di Calvino prende avvio da due libri di racconti, Le cosmicomiche (1965) e Ti con zero (1967). E’ un periodo di vivo interesse per le teorie scientifiche relative alla nascita e alla costituzione del cosmo, all’origine della vita, alla struttura della materia. Si tratta di un mondo alle origini, precedente la comparsa dell’uomo sulla terra, ma le entità che vi si muovono assumono forme umane e vivono esperienze di vita quotidiana quasi normali. Calvino ambienta le storie nel passato e trasforma il normale in fantastico nell’intento, dichiarato dall’autore, di “vivere anche il quotidiano nei termini più lontani dalla nostra esperienza”. Di qui l’effetto comico denunciato dal titolo e straniante.

Le Cosmicomiche sono dodici racconti unificati dalla voce di un narratore, Qfwfq, che ha attraversato tutte le fasi della vita del cosmo assumendo forme diverse di vita. Nel risvolto redazionale del romanzo leggiamo su Qfwfq che “non è nemmeno detto che sia uomo: probabilmente possiamo considerarlo tale dal momento in cui il genere umano comincia ad esserlo; con maggiore evidenza risulta che ha partecipato a lungo alla vita animale (come mollusco tra l’altro). Prima ancora non ci viene mai chiaramente detto chi era e com’era, ma solo che c’era, che era lì. Quanti anni ha? Dato che non c’è avvenimento di milioni o di miliardi di anni fa cui non abbia assistito, si deve calcolare che ha più o meno l’età dell’universo. Basta che il discorso tocchi di sfuggita l’accensione della galassie, l’estinzione dei dinosauri, la formazione del sistema solare o i cataclismi geologici, ed eccolo saltar su a raccontare che c’era anche lui. Le varie teorie cosmogoniche trovano nel vecchio Qfwfq un testimone fin troppo volenteroso [...]. Non è nemmeno un personaggio Qfwfq, è una voce, un punto di vista, un occhio (o un amico) umano proiettato sulla realtà d’un mondo che pare sempre più refrattario alla parola e all’immagine” (I. Calvino, Le Cosmicomiche, Einaudi 1965). Ti con zero contiene ancora quattro “cosmicomiche” e altri testi accomunati a esse dalla riflessione scientifica sulla vita delle cellule.

Il cosmo si presenta qui come una combinazione di eventi possibili. La scienza non rivela certezze, ma mette a nudo problemi. Ne deriva un senso stremo di relatività: l’evoluzione del cosmo non segue un percorso sicuro, ma una delle tante strade possibili e interscambiabili. La combinatoria narrativa rispecchia quindi una combinatoria universale. L’attività combinatoria che sceglie alcuni fra gli sviluppi possibili della trama non è diversa da quella del creato. L’ordine medesimo che l’uomo cerca di vedere nel mondo non è che quello che egli dà al linguaggio con cui tenta di mettere in ordine la realtà. In altri termini, la realtà in sé è inconoscibile: l’approccio al mondo si risolve in gioco linguistico, anche se esso può poi incidere sui miti che condizionano l’essere umano nella storia. Quest’ultimo aspetto del problema tende a perdere importanza, e l’attenzione si concentra sui meccanismi stessi della narrazione e sulla loro artificialità. Però dietro la parodia della fantascienza serpeggia un’angoscia cosmica che si trasforma nell’uomo in dramma della solitudine e che si può cogliere in certe affermazioni di Qfwfq: ”Lo sconforto mi prese e mi lasciai trascinare molti anni-luce come privo di sensi [...]. La lunga migrazione che mi mise in salvo, la compii attraverso un cimitero di carcasse spolpate, in cui solo una cresta, o una piastra di corazza, o un brandello di pelle tutta scaglie ricordava lo splendore antico dell'essere vivente. Quando non vidi più tracce di vivi né di morti mi fermai”.

Con l’opera successiva Calvino coniuga la sua genialità inventiva e il gusto per l’arcano e l’affascinante con il calcolo combinatorio delle scienze matematiche, cimentandosi con un reale estremamente complesso. Il percorso narrativo del Castello dei destini incrociati (1969) è affidato alla concatenazione e alla combinazione dei possibili, determinata dalle immagini effigiate sulle carte da gioco. Un gruppo di viandanti, apparentemente muti, raccontano varie storie disponendo delle carte di tarocchi sul tavolo; ma la lettura non ha una direzione ed una prospettiva univoche. Non esiste una verità del racconto, anzi le storie si sovrappongono e si confondono secondo percorsi inestricabili. Sotto l’apparenza di un astratto gioco intellettualistico, si cela un’allegoria della condizione umana. L’uomo per comunicare deve ricorrere ad una serie di segni presenti nell’inconscio collettivo, che è compito dello scrittore combinare con la ferma volontà di “far tornare i conti”.

Il gioco combinatorio resta al centro anche del successivo Le città invisibili (1972), che si ispira al Milione di Marco Polo. Questo romanzo si presenta però più ricco e interessante perché resta aperto il confronto tra letteratura e realtà - tematica indubbiamente postmoderna, insieme all’aspetto intertestuale del romanzo -, fra la descrizione di città ipotetiche costruite dalla fantasia e dal linguaggio e la consapevolezza che nondimeno, al di là delle parole, esiste una materia, una società che bisogna conoscere. Anche qui, dietro l’apporto fantastico, dietro una “logica simbolica e combinatoria”, si cela l’allusione alla moderna civiltà tecnologica e alla condizione dell’uomo moderno, che, persa ogni possibilità di controllo conoscitivo del reale, è costretto a ricorrere a realtà virtuali, inclusa quella caratterizzata dalla letteratura.

L'ultima opera metanarrativa è il romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979). Più che di un vero e proprio romanzo si tratta di un “metaromanzo”, di un romanzo sul romanzo, di un racconto cioè che intende mettere in discussione i meccanismi stessi della narrazione, affrontando in particolare la questione dei rapporti fra scrittore e lettore. Il libro comprende dieci inizi di altrettanti romanzi, tutti interrotti. Questa struttura vuole allegoricamente alludere all’impossibilità di un senso compiuto e di un romanzo tradizionale. Questa struttura aperta e problematica è però inserita in una storia invece chiusa, tradizionale, dotata di lieto fine, che ha funzione di cornice. I due protagonisti sono alla ricerca di un libro integro e completo, ma scoprono che tutti quelli che trovano in libreria sono difettosi, e si imbattono solo in inizi di ogni genere narrativo. Alla fine i due, molto tradizionalmente, si sposano. La conclusione ironica, la citazione dai comics, l’apertura al romanzo di consumo e di intrattenimento, sono tutti aspetti tipici del romanzo postmoderno. Tuttavia rimane un senso di sospensione, incombe una situazione di minaccia, di sbandamento e di crisi. Calvino ci pone dinanzi un mondo sconvolto in cui le storie cominciano e non finiscono. La ricerca del romanzo compiuto fallisce, come fallisce la ricerca di un significato complessivo da dare alla vita e al mondo.

Le ultime opere narrative di Calvino sono i racconti di Palomar (1983) e di Sotto il solo giaguaro. Il più importante è Palomar, opera attentamente strutturata in tre parti (Le vacanze di Palomar, Palomar in città, I silenzi di Palomar) di nove raccontini ciascuna, suddivisi in tre capitoli per parte. Inoltre ogni capitolo rappresenta esperienze conoscitive di tre tipi: visive, che hanno quasi sempre per oggetto forme della natura, e in cui il testo tende a configurarsi come una descrizione; oppure esperienze in cui sono presenti elementi antropologici e culturali in senso lato, che coinvolgono, oltre ai dati visivi, anche il linguaggio, i significati, i simboli, sviluppandosi in racconto; oppure infine esperienze speculative e aventi per oggetto l’infinito, il tempo, il cosmo, i rapporti tra l’io e il mondo, la mente, passando all’ambito della meditazione. Il narratore è esterno ed il personaggio visibilmente autobiografico. Ogni volta Palomar osserva aspetti diversi della natura e della società, ora vastissimi, ora minutissimi. Palomar - il cui nome significativamente corrisponde a quello di un famoso osservatorio astronomico americano - intende trovare la chiave per capire la realtà, rintracciare un ordine che gli permetta di “padroneggiare la complessità del mondo” senza far ricorso a schemi precostituiti di tipo ideologico o scientifico. Però qualsiasi osservazione dell’uomo Palomar è condizionata dai suoi strumenti di percezione e dal sistema di segni di cui dispone. La conseguenza è radicale: bisognerebbe annullare l’io e paradossalmente l’uomo dovrebbe “imparare ad essere morto”. Anche in Palomar è possibile leggere un apologo allegorico sulla resistenza della ragione all’insignificanza, sui modi di fronteggiare la complessità e la relatività del presente, ma anche sulla sconfitta e sulla morte dell’intellettuale.

Le posizioni dell’ultimo Calvino non si devono intendere come una negazione delle precedenti esperienze, ma come una riflessione pacata sulla loro lezione. In un saggio degli anni Ottanta scriveva: “Non posso più nascondermi la sproporzione tra la complessità del mondo e i miei mezzi d’interpretazione: per cui abbandono ogni tono di sfida baldanzosa e non tento più sintesi che si pretendano esaustive” (Appendice: Sotto quella pietra). Non è una rinuncia: è la realistica constatazione della necessità di restare alieni da facili ottimismi e da improvvise accensioni di fronte alla spersonalizzante società industriale.

 

 

 

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