La poetica e l'arte
Tramite la biografia, si può capire a grandi linee la personalità del
DAnnunzio, superuomo nella vita come nellarte, che tenta di fare
della sua reale esistenza la sua più bella opera darte. Egli stesso, nell
Avvertenza a Il venturiero senza ventura (dalle
Faville del maglio), datata 14 luglio 1924, confessò: «Tutta la mia vita è
innamoratamente congiunta alla mia arte, come apparve e appare nella mia
meditazione occulta e nella mia azione palese». In effetti egli sostituì il senso
estetico al senso morale e visse intensamente al di fuori di ogni regola del comune
comportamento civile: Habere non haberi (possedere, non essere
posseduto) e Memento audere semper (ricordati di osare
sempre, da cui la sigla M.A.S. che denominò i motoscafi di
attacco impiegati nella Beffa di Buccari) furono i motti a lui più cari.
Nellarte, però, dovette faticosamente raggiungere la sua totale autenticità
e singolarità, perché, dotato da madre natura di una forte capacità assimilatrice e di
un inesauribile desiderio di conoscenze letterarie, per lungo tempo non riuscì
a sottrarsi alle suggestioni delle esperienze altrui e fece propri il
classicismo del Carducci come il realismo del Verga e dello Zola, lestetismo dei
parnassiani come il simbolismo dei decadenti. A tal proposito, in un articolo apparso sul
quotidiano Il Mattino di Napoli, Guido Cattaneo nota: «DAnnunzio per
tutta la vita era sempre riuscito ad essere presente con una nota spiccata di originalità
nel mondo della letteratura avvertendo prontamente quello che era nellaria.
Esordisce come poeta a sedici anni con trenta odi barbare sulla scia di
Carducci; dopo lapparizione di Vita dei campi di Verga scrive le novelle
di Terra vergine, ma più tardi è parnassiano nello Intermezzo e
nelle Elegie romane, preraffaellita3 nell Isottèo e nella
Chimera. Nel Poema paradisiaco mima Verlaine e Maeterlinck. Gli
scrittori veristi si orientano verso miraggi decadenti e DAnnunzio pubblica Il
piacere. Sono alla moda i narratori russi e lui scrive Giovanni Episcopo
e da Dostoevskij passa a Tolstoj nell Innocente». Le caratteristiche
salienti dellarte dannunziana sono il soggettivismo esasperato, cioè la tendenza ad
espandere il proprio Io fino a contenere in sé lintero universo; il conseguente
sensualismo, che va inteso non tanto in senso erotico ma piuttosto come estrema
dilatazione di tutti i propri sensi per appropriarsi della Natura e goderne con sottile
voluttà; ed infine lestetismo, cioè il culto del bello e la tendenza ad esaltare
la ricercatezza formale. Caratteristiche, queste, sempre vistosamente affermate nella
vasta produzione dannunziana, ma affatto estranee - o, per lo meno, rattenute - in quelle
opere che sgorgarono più spontaneamente dallanimo del Poeta nei rari momenti di
abbandono in cui, deposta ogni maschera, affiora luomo con le sue pene e le
sue angosce. Un aspetto notevole della poesia del DAnnunzio - per molto tempo
trascurato e solo di recente messo adeguatamente in luce da un attento e sensibile critico
letterario -, anche perché rappresenta una costante in tutte le opere del pescarese, è
il profondo attaccamento al mondo pastorale e contadino della sua terra, del quale sono
rievocati usi e costumi con sincera partecipazione. Raffaele Matarazzo, cui va il merito
di questa puntualizzazione (Il mondo pastorale e contadino nell' opera di
DAnnunzio, Napoli, Guida Editore, 1989), ha individuato in quasi tutte le
opere, sia di poesia che di prosa e di teatro, scene di vita paesana tratte dalla memoria
storica del Poeta e descritte realisticamente sia pure filtrate dalla sua memoria
culturale. A proposito de Il trionfo della morte, così scrive il Matarazzo:
«Unumanità dolente e miserevole affolla il racconto del DAnnunzio,
rifluendovi dalle sue prime esperienze narrative, a ulteriore prova che costante in lui è
stata l'ispirazione che quel mondo atavico esercitava su di lui, sulla sua immaginazione,
di figlio di quella terra... Certo, DAnnunzio non era un contadino e in lui,
uomo estremamente colto, il fascino di tutto quel cerimoniale si tramutava in qualcosa di
diverso: le donne che cantavano in duplice fila, reggendo su le braccia i grandi
vasi dipinti davano immagine d'una di quelle teorie votive che
si svolgevano armoniosamente in basso rilievo su i fregi dei templi o intorno ai
sarcofaghi. Diremo allora che la vita dei contadini cui si ispira il DAnnunzio
sia meno vera e meno fedelmente ritratta solo perché, poi, suscita in lui
queste immagini mediate da un'altra cultura? Importante è che le immagini successive non
distruggano la verità di quelle originarie. Caso mai, è da constatare quanto profonde
siano le emozioni che quella vita suscita nel narratore da propiziargli tutta quella
ricchezza di rievocazioni e di richiami culturali!».
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