La Storia del Vittoriale
La graduale composizione del complesso
architettonico del Vittoriale degli Italiani è comunemente definita Fabbrica del
Vittoriale, o Santa Fabbrica. La sua storia inizia il 21 ottobre 1921 con
l'acquisto da parte di D'Annunzio della proprietà di Henrich Thode, precedentemente
confiscata. Alcune opere vennero compiute solo dopo la morte del Poeta, poiché nominate
nell'atto di donazione fra quelle da finire necessariamente.
Nel 1921, due anni dopo la fine della prima guerra mondiale, l'Italia è
tuttavia umiliata sia politicamente che solcialmente ; i reduci sono tra i più scontenti
anche perchè dovettero affrontare numerosi problemi per il loro reinserimento nella
socità. L'impresa fiumana è terminata e il suo protagonista, privato di ogni avere e di
ogni sogno, aspira alla solitudine, all'isolamento e al silenzio. Il 28 gennaio si reca
per la prima volta a Gardone, sotto consiglio del suo segretario in quanto conveniente.
Dopo una breve visita, D'Annunzio ne intuisce il potenziale e quanto vi potrà fare.
Dapprima affitta la villa, ma il 31 ottobre l'acquista.
La nascita del
Vittoriale con la consegna delle chiavi.
Gli edifici che divennero di proprietà di Gabriele d'Annunzio erano: la
villa Thode (con annessi rustici), la casa colonica e la casa del giardiniere. La
villa, malgrado la bellezza conferitale da superbi alberi, era tuttavia di aspetto assai
modesto. Ugo Ojetti, vedendola, la definì "bassa e modesta come la casa di un
parroco" (da qui il nome di Prioria). Ma ciò che affascinò maggiormente D'Annunzio
fu l'ampio giardino a terrazze, ricco di vegetazione per poter fare lunghe passeggiate con
i suoi amati levrieri.
Un momento di riposo con i suoi levrieri.
La prima aspirazione fu di trasformare e abbellire la casa per asscicurasi
agi e comodità; la seconda fu di ampliare al più presto il parco con altri acquisti di
terreni, per garantirsi isolamento e tranquillità. Tra il 1922 e il 1935 D'Annunzio
acquistò una superficie complessiva di nove ettari, che fece recintare da ogni lato. Gli
balenò di seguito, il proposito di realizzare gli edifici che ora costituiscono il
Vittoriale, ma per problemi economici la realizzazzione ne venne rallentata: in questo
progetto D'Annunzio impiegò grandi somme di denaro, in parte donate dal regime, per
dichiarata ed affermata riconoscenza, o più probabilmente per timore. Nella realizzazione
della sua opera d'arte dell'esilio, D'Annunzio poté avvalersi dell'opera di un giovane
architetto trentino, conosciuto come soldato valoroso, che aveva ottenuto nel 1919 il
titolo di architetto. Dopo una precisa spartizione dei compiti, l'architetto mosso da
grande devozione, assolverà tutti i compiti impartiti dal Comandante con grande
scrupolosità. Nel 1923 già dirigeva gli uffici della Santa Fabbrica. D'Annunzio vuole
rendere la propria casa un monumento nazionale: nel dicembre 1923 il Vittoriale,
ancora in costruzione, viene donato allo stato con una precisa contropartita: "...dalla
pubblica sanzione del suo ruolo di Padre della Patria conseguiranno i mezzi per la
Fabbrica monumentale. La donazione sarà tanto più generosa quanto più consistenti
saranno le risorse che gli verranno concesse."
Parte
dell'Officina
Ribadito e perfezionato nel 1930, l'Atto di donazione recita:
"Non soltanto ogni casa da me arredata, non soltanto ogni stanza da me studiosamente composta, ma ogni oggetto da me scelto e raccolto nelle diverse età della vita fu sempre per me un modo di espressione, fu sempre per me un modo di rivelazione spirituale, come uno dei miei poemi, come uno dei miei drammi, come un qualunque mio atto politico o militare, come una qualunque mia testimonianza di diritta e invitta fede. Perciò m'ardisco offrire al popolo italiano tutto quel che mi rimane - e tutto quel che da oggi io sia per acquistare e per aumentare col mio rinnovato lavoro - non pingue retaggio di ricchezza inerte ma nudo retaggio di immortale spirito. Già vano celebratore di palagi insigni e di ville sontuose, io son venuto a chiudere la mia tristezza e il mio silenzio in questa vecchia casa colonica, non tanto per umiliarmi quanto per porre a più difficile prova la mia virtù di creazione e trasfigurazione. Tutto, infatti, è qui da me creato o trasfigurato. Tutto qui mostra le impronte del mio stile, nel senso che io voglio dare allo stile. Il mio amore dItalia, il mio culto delle memorie, la mia aspirazione alleroismo, il mio presentimento della Patria futura si manifestano qui in ogni ricerca di linea, in ogni accordo o disaccordo di colori. Non qui risanguinano le reliquie della nostra guerra? E non qui parlano o cantano le pietre superstiti delle città gloriose? Ogni rottame rude è qui incastonato come una gemma rara. La grande prova tragica della nave "Puglia" è posta in onore e in luce sul poggio, come nelloratorio il brandello insanguinato del compagno eroico ucciso. E qui non a impolverarsi ma a vivere sono collocati i miei libri di studio, in così gran numero e di tanto pregio che superano forse ogni altra biblioteca di solitario studioso. Tutto qui è dunque una forma della mia mente, un aspetto della mia anima, una prova del mio fervore. Come la morte darà la mia salma allItalia amata, così mi sia concesso preservare il meglio della mia vita in questa offerta allItalia amata..."