Organizzazione politica clandestina armata che opera
in Italia dal 1969 e si proclama ultrarivoluzionaria di estrema sinistra. La sua esistenza
venne in luce nel corso dell'indagine della magistratura sulla morte dell'editore
Feltrinelli (1972); la sua azione fu legata inizialmente a clamorosi episodi di sequestro
di persona, come quelli del dirigente industriale Ettore Amerio nel dicembre 1973 e del
magistrato genovese Mario Sossi nell'aprile-maggio 1974. Successive indagini e alcune
operazioni di polizia nell'autunno 1974 condussero all'identificazione o all'arresto di
numerosi componenti delle Brigate rosse, tra i quali il leader del gruppo, Renato Curcio,
evaso dal carcere di Casale nel gennaio 1975, ma nuovamente arrestato nel gennaio 1976.
Gran parte della struttura dirigente delle Brigate rosse (BR) era in carcere, ma l'organizzazione
aveva messo radici in un tessuto sociale e politico giovanile percorso da profonde
irrequietezze e riprese, in coincidenza con le elezioni politiche, a farsi viva con
aggressioni e attentati culminati con l'assassinio del giudice genovese Francesco Coco e
della sua scorta nel giugno 1976.
L'attività del gruppo, spesso intrecciata e confusa con altre formazioni del cosiddetto
partito armato, proseguì con sequestri di persona per autofinanziamento
(Piero Costa, gennaio 1977 a Genova) e l'omicidio del presidente dell'ordine degli
avvocati di Torino Fulvio Croce (aprile 1977) e di Carlo Casalegno (novembre 1977),
vicedirettore del quotidiano La Stampa. L'azione delle BR tendeva dichiaratamente a destabilizzare
lo Stato colpendo magistrati, uomini politici, poliziotti, giornalisti,
dirigenti industriali. Questa linea toccò il suo culmine nel marzo 1978 con il sequestro
e il successivo assassinio del presidente della democrazia cristiana Aldo Moro. La
guerra allo Stato proseguì con l'uccisione del magistrato Girolamo
Tartaglione (a Roma il 10 ottobre 1978), del medico del carcere di Poggioreale Alfredo
Paolella (Napoli, 11 ottobre) e del giudice Fedele Calvosa e della sua scorta a Frosinone.
Il 24 gennaio 1979 viene ucciso a Genova Guido Rossa, un operaio comunista, membro del
consiglio di fabbrica dell'Italsider che aveva denunciato un brigatista minore. L'episodio
fu importante perché segnò una rottura irreversibile fra la classe operaia e le BR e
perché allargò la divisione nelle BR (presente già durante il sequestro Moro) tra i
fautori della linea militare dura e quelli che volevano collocare la lotta armata su
un terreno più sociale; l'arresto non casuale di Valerio Morucci
e Adriana Faranda, si disse, traeva origini da questa spaccatura. In questo periodo alla
vicenda delle BR si intreccia anche quella di Autonomiaoperaia, i cui leader vengono
arrestati con l'accusa di essere i capi dell'organizzazione eversiva e gli organizzatori
del rapimento Moro; queste accuse verranno poi rettificate o smentite. La logica
militarista, nutrita da una serie impressionante di delitti, tra i quali quello del
vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura Vittorio Bachelet, provocò
dubbi e ripensamenti all'interno delle formazioni armate e la convinzione che la
lotta armata non avrebbe mai portato a qualcosa. Alcuni brigatisti e terroristi di
altri gruppi cominciarono a parlare; nacque la figura del terrorista pentito e
il problema di come fare uscire dalle file del partito armato coloro che lo desideravano.
Le rivelazioni di Patrizio Peci, arrestato nel febbraio del 1980, diedero la possibilità
alle forze dell'ordine di eseguire numerosi arresti che intaccarono fortemente la
struttura dell'organizzazione; il 28 marzo una irruzione dei carabinieri in via Fracchia a
Genova si concluse con l'uccisione di quattro brigatisti. Nonostante i duri colpi subiti,
le BR colpirono ancora assassinando due dirigenti industriali a Milano. Nel dicembre 1980
rapirono il giudice romano Giovanni D'Urso. Nell'aprile 1981 a Milano venne catturato
l'ultimo dei fondatori noti delle Brigate rosse, l'inafferrabile Mario
Moretti. Le BR dimostrarono la loro vitalità: vennero rapiti l'assessore democristiano
Ciro Cirillo a Napoli, il dirigente della Montedison di Porto Marghera Giuseppe Taliercio
(assassinato il 6 luglio), il dirigente dell'Alfa Romeo di Arese Renzo Sandrucci e Roberto
Peci (fratello di Patrizio), che venne assassinato il 3 agosto.
Nel dicembre successivo venne rapito il generale americano James Lee Dozier e fu ucciso il
generale dei carabinieri Enrico Galvaligi. La liberazione di Dozier a opera dei NOCS
(nuclei operativi centrali di sicurezza, le teste di cuoio delle forze
dell'ordine) nel gennaio 1982 portò all'arresto di diversi brigatisti, tra i quali
Antonio Savasta, le cui confessioni consentirono di sferrare un durissimo colpo
all'organizzazione. In seguito a questi rovesci la spaccatura interna alle BR si
accentuò. I militaristi o militanti del partito comunista
combattente, capeggiati da Barbara Balzerani, scelsero come campo d'azione il Nord e
il Centro e azioni spettacolari, di risonanza europea come appunto il sequestro Dozier. I
movimentisti, guidati da un nuovo leader insospettabile, il criminologo
Giovanni Senzani, operarono nel Mezzogiorno, impegnandosi in manovre oscure e inquietanti,
intrecciate con esponenti della camorra organizzata, dei servizi segreti, di partiti
politici (sequestro Cirillo).
Nel gennaio 1982 anche Senzani venne catturato, ma per mostrarsi ancora vitale l'ala
movimentista effettuò una serie di attentati tra Roma e Napoli. La
controffensiva delle forze dell'ordine portò allo smantellamento di numerosi covi e
all'arresto di centinaia di militanti. Anche al Nord, tra l'estate e l'autunno del 1982,
si ebbero numerosi arresti. Fra ottobre e novembre 1982 il dibattito interno si era così
spezzato che alla fine dell'anno i segmenti brigatisti si potevano collocare su un ampio
spettro: dai pentiti ai dissociati, ai terroristi senza
sigla, al partito della guerriglia, ai militaristi, ai
movimentisti, apparentemente in maggioranza tra i pochi ancora in libertà. In
carcere stavano oltre tremila persone, mentre altre diecimila erano o coinvolte nella rete
della giustizia o rigidamente tenute d'occhio o segnalate come potenzialmente pericolose.
Numerose erano anche (da 150 a forse 300) quelle riparate all'estero, specialmente a
Parigi dove, secondo gli inquirenti, si stavano raccogliendo le file dell'ancor misterioso
movimento euroterrorista.
Il 14 aprile 1982, intanto, aveva avuto inizio a Roma il processo per il sequestro
dell'on. Moro, il suo assassinio e il massacro della sua scorta. La sentenza, emessa il 24
gennaio 1983, infliggeva 32 ergastoli, complessivamente 316 anni di reclusione; tre
imputati furono amnistiati e quattro assolti. La sentenza del processo d'appello (marzo
1985) cancellò dieci ergastoli, fra cui quelli di Adriana Faranda e V. Morucci, e ridusse
di oltre 116 anni, rispetto alla sentenza di primo grado, le pene degli altri imputati.
L'attività dei terroristi in libertà si concretizzava però con l'assassinio del
diplomatico americano Leamon Hunt e dell'economista Ezio Tarantelli, consulente del
sindacato CISL, con varie rapine e diversi attentati. Tuttavia si era ormai lontani
dall'attacco al cuore dello Stato degli anni Settanta. Nel maggio 1985 venne
arrestata Barbara Balzerani, leader del partito comunista combattente. Nei
primi mesi del 1987 si registrò una ripresa dell'attività terroristica da parte dei
diversi filoni delle Brigate rosse collegati all'euroterrorismo (uccisione a Roma nel
marzo del generale Licio Giorgieri). Pur mutilate da molti arresti, anche all'estero, le
Brigate rosse nell'aprile 1988 hanno colpito ancora uccidendo a Forlì il senatore
democristiano Roberto Ruffilli. Questi ultimi episodi erano però da considerarsi isolati
e sostanzialmente l'esperienza organizzativa delle BR poteva ritenersi esaurita, sempre
più lontana dalla realtà sociale. Sono andati via via concludendosi anche i numerosi
processi penali, ma non si sono placati i dubbi e svelati i misteri sul rapimento e
l'uccisione di Aldo Moro, sul tardivo ritrovamento, vent'anni più tardi, di documenti e
lettere dello statista in luoghi già perquisiti dalle forze di polizia. Inoltre più
volte è stata rilevata l'opportunità di arrivare a provvedimenti legislativi di amnistia
o indulto che possano definitivamente chiudere il capitolo dei cosiddetti anni di
piombo.
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