| GLI USA |
| Il caso Watergate Per gli Stati Uniti gli anni '70 rappresentarono una fase tutt'altro che felice. Prima la crisi del dollaro nel 1971, poi la sconfitta politico-militare in Vietnam. Quindi una gravissima crisi interna, il cosiddetto caso Watergate, che, nei 1974, costrinse alle dimissioni il presidente Nixon, accusato da un'efficace campagna giornalistica di aver coperto i comportamenti illegali di alcuni suoi collaboratori (responsabili di un'operazione di spionaggio ai danni del Partito democratico). La presidenza Carter Il democratico Jimmy Carter, divenuto capo dello Stato nel '76, dopo due anni di presidenza alquanto incolore del repubblicano Gerald Ford, cercò di risollevare il prestigio del paese e di restituire fiducia ai cittadini recuperando i valori della tradizione progressista americana e sostituendo alla Realpolitik di Nixon e del segretario di Stato Henry Kissinger una linea di tipo "wilsoniano", fondata sul riconoscimento del diritto d'autodeterminazione e sulla difesa dei diritti umani in ogni parte del mondo. Una linea che fu però portata avanti in modo incerto e velleitario e che, se da un lato contribuiva a rendere tesi i rapporti con l'Urss, dall'altro fu criticata perché lasciava spazio all'affermazione di regimi ostili agli Stati Uniti in Africa (Etiopia, Angola, Mozambico), in Medio Oriente (Iran) e in America latina (Nicaragua). La presidenza Reagan Il senso di frustrazione diffusosi nell'opinione pubblica americana in seguito a questi episodi -culminati con la rivoluzione iraniana e la drammatica crisi degli ostaggi- contribuì non poco alla sconfitta di Carter nelle elezioni dell'80 e alla clamorosa affermazione di Ronald Reagan, anziano ex attore esponente dell'ala destra del Partito repubblicano. Reagan si presentò con un programma liberista in economia e promise di adottare in politica estera una linea più dura nei confronti dell'Urss e di tutti i nemici dell'America. In questo modo riuscì a incarnare, richiamandosi alla tradizione dei pionieri, l'orgoglio nazionalista e la voglia di rivincita di larghi strati dell'opinione pubblica americana, desiderosa di riprendersi dal trauma del Vietnam. La ripresa economica in Usa Il successo della presidenza Reagan, che fu confermata con ampio margine nelle elezioni dell'84, si dovette anche al buon andamento dell'economia americana che, fra l'83 e l'86, riprese a marciare a pieno ritmo, grazie soprattutto allo sviluppo dei settori di punta (in particolare quelli legati all'elettronica e alle produzioni d'interesse militare). Certo, il boom degli anni '80 non fu privo d'aspetti negativi: interi settori industriali e numerose imprese agricole entrarono in crisi perché privati di qualsiasi sussidio governativo; le disuguaglianze sociali -e le stesse fratture fra i gruppi razziali nelle grandi metropoli- si accentuarono in seguito al taglio delle spese per l'assistenza pubblica. In compenso l'inflazione fu contenuta; la disoccupazione in parte riassorbita; il dollaro tornò ad essere la moneta forte dell'economia mondiale, nonostante il permanere di un vistoso deficit nel bilancio dello Stato, dovuto alla continua crescita della spesa militare. La politica degli armamenti
Il confronto con Libia e Iran Nel marzo '86, in risposta a un probabile coinvolgimento libico in Una serie di attentati terroristici rivolti contro cittadini americani in Europa, l'aviazione statunitense bombardò il quartier generale di Gheddafi, a Tripoli. Nell'estate '87, una squadra navale fu inviata nel Golfo Persico per proteggere le rotte petrolifere minacciate dallo scontro fra Iran e Iraq. La presidenza Bush Nell'88 - grazie anche al
successo dei suoi incontri con il leader sovietico Gorbacev e all'avvio di una nuova fase
di distensione con l'Urss- Reagan poté concludere il suo secondo mandato con una
popolarità pressoché intatta. E ciò favorì indubbiamente la vittoria, nelle elezioni
dell'88, del repubblicano George Bush, già vicepresidente con Reagan. |