L'URSS L'Urss nel periodo brezneviano Per tutti gli anni '70, vale a dire
quelli del potere incontrastato di Leonid Breznev, l'Urss riuscì a mascherare i suoi
gravi problemi interni con un accentuato dinamismo in politica internazionale. In questi
anni lo Stato sovietico, pur essendo afflitto da notevoli difficoltà economiche,
soprattutto nel settore agricolo (e costretto per questo ad importare ingenti quantitativi
di cereali dall'Occidente), profittò della relativa debolezza e delle incertezze di
leadership degli Stati Uniti per avvantaggiarsi nella corsa agli armamenti e per allargare
la sua sfera d'influenza in tutti i continenti: dall'America Latina (Nicaragua) all'Africa
(Etiopia, Angola, Mozambico), al Medio Oriente (nonostante lo scacco subito col passaggio
dell'Egitto nel campo filo-occidentale). L'occupazione dell'Afghanistan La repressione dei dissidenti Alla stagnazione economica e al
rinnovato dinamismo in politica estera faceva riscontro, nell'Urss dell'età brezneviana,
un'accentuazione dei tratti burocratico-autoritari del regime interno. S'inasprì, in
particolare, la repressione nei confronti degli intellettuali dissidenti, molti dei quali
in questo periodo furono condannati a pene detentive o internati in cliniche
psichiatriche. Alcuni, fra cui il celebre scrittore Aleksandr Solzenitsyn, poterono
emigrare in Occidente, da dove alimentarono una vivace polemica contro il regime
comunista. La conferenza di Helsinki L'ascesa di Gorbacev Le riforme In politica economica, il nuovo
segretario legò il suo nome alla parola d'ordine della perestrojka (ossia
"riforma"), proponendo una serie di interventi nel segno della liberalizzazione,
volti a introdurre nel sistema socialista elementi di economia di mercato. Sul terreno
delle istituzioni, Gorbacev si fece promotore, nel 1988, di una nuova costituzione che,
senza intaccare il sistema del partito unico, lasciava spazio a un limitato pluralismo,
distinguendo chiaramente le strutture dello Stato da quelle partito (comunque unite al
vertice nella persona del segretario-presidente). Le elezioni del congresso dei Soviet
tenutesi nel marzo '89 inaugurarono un sistema di candidature plurime (ma sempre su lista
unica) e consentirono l'ingresso nel massimo organo rappresentativo d'alcuni esponenti del
dissenso: fra questi il fisico Andreij Sacharov, già perseguitato nel periodo
brezneviano. Nel maggio '90, il congresso elesse a larghissima maggioranza Gorbaev
presidente dell'Urss. Contraddizioni e difficoltà Riforme economiche e
liberalizzazione interna, se da un lato giovarono indubbiamente all'immagine dall'altro
evidenziarono e acutizzarono alcune contraddizioni che erano rimaste fin allora come
soffocate nella stagnazione dell'età di Breznev. I tentativi di riforma dell'economia,
innestandosi su una realtà poco preparata ad accoglierli (perché ormai disassuefatta
alla logica della competizione e dell'efficienza), finirono col suscitare non pochi
malumori e con l'aggravare il dissenso di un sistema tradizionalmente inefficiente.
L'apertura di nuovi spazi di dibattito politico mise in moto tensioni non facilmente
controllabili. I movimenti separatisti Gli scontri interetnici In qualche caso la tensione esplose
in sanguinosi scontri interetnici: particolarmente gravi quelli che, a partire dall'88,
opposero i cattolici armeni ai musulmani azeri (abitanti dell'Azerbaigian). Nel 1990, la
stessa repubblica russa (la più grande e la più popolosa dell'Unione, guida e centro
motore dell'intero sistema sovietico) rivendicò la propria autonomia dal potere federale
ed elesse alla propria presidenza il riformista radicale Boris Eltsin la cui leadership fu
confermata, nel giugno dell'anno seguente, da un'elezione popolare a suffragio diretto. La "glasnost" Ancora più importante delle
riforme -che per lo più si dimostrarono inadeguate e furono regolarmente scavalcate
dall'incalzare della crisi dell'intero sistema- fu l'avvio di un processo di
liberalizzazione interna condotto all'insegna della glasnost ("pubblicità",
"trasparenza", in un senso più lato "libertà d'espressione"): un
processo che consentì lo svilupparsi di un dibattito politico-culturale impensabile fino
a pochi anni prima. Il rilancio del dialogo con l'Occidente Conseguenza -e insieme presupposto-
delle aperture riformiste all'interno fu il rilancio del dialogo con l'Occidente, rimasto
pressoché congelato negli anni precedenti: un rilancio imposto anche dall'incapacità del
sistema sovietico di rispondere alla sfida globale lanciata dall'America di Reagan e dalla
necessità di frenare la corsa agli armamenti per poter destinare maggiori risorse ai
consumi individuali.
Pochi mesi dopo (aprile '88),
l'Urss s'impegnò a ritirare le sue truppe dall'Afghanistan: ritiro che fu effettivamente
ultimato nel gennaio '89. Nel nuovo clima determinato dai rivolgimenti politici
dell'Europa orientale, nuovi incontri al vertice fra Gorbacev e Bush (Malta, dicembre '89
e Washington, giugno '90) consentirono di porre le basi per ulteriori accordi sulla
riduzione degli armamenti strategici. La nuova distensione La rinnovata collaborazione fra le
due superpotenze fece nascere molle speranze sulle prospettive di un nuovo ordine
internazionale basato non soltanto sull'"equilibrio del terrore". Il nuovo
ordine ebbe un inizio di attuazione in Europa, quando a Parigi, nel novembre 1990,
nell'ambito di una nuova riunione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in
Europa (la seconda dopo quella di Helsinki del '75), i paesi della Nato e del Patto di
Varsavia, con la significativa partecipazione della Germania riunificata, firmarono un
trattato di non aggressione e di riduzione degli armamenti convenzionali. A questo punto
era però la stessa idea di un ordine internazionale basato sul condominio fra Usa e Urss
ad entrare in crisi per l'improvviso collasso di uno dei due partner. Definizioni glasnost s.f. (voce russa, pubblicità, trasparenza). Nel linguaggio politico affermatosi nell'ex URSS dopo l'ascesa al potere di M. Gorbacëv, termine con il quale si indicava la diffusione a livello di opinione pubblica di notizie e di idee riguardanti la vita politica, economica e sociale dell'ex Unione Sovietica, e che - con la perestrojka - è stata indice di un nuovo corso politico, improntato a una maggiore libertà di espressione e di informazione. perestrojka s.f. (voce russa,
dal prefisso pere, ri-, e strojk, ordine). Riforma, riordinamento. (Il termine è divenuto
popolare con il "nuovo corso" della politica di Gorbacëv, a significare non
soltanto le specifiche riforme economiche e politiche, ma anche una mentalità più aperta
e distensiva. golpe s.m. (voce sp., colpo). Nel linguaggio politico internazionale colpo di Stato, presa di potere attuata con la violenza contro le istituzioni vigenti. (Generalmente avviene mediante l'intervento dell'esercito che con la forza delle armi s'impone alle autorità politiche e civili.) |