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L'URSS

L'Urss nel periodo brezneviano

Per tutti gli anni '70, vale a dire quelli del potere incontrastato di Leonid Breznev, l'Urss riuscì a mascherare i suoi gravi problemi interni con un accentuato dinamismo in politica internazionale. In questi anni lo Stato sovietico, pur essendo afflitto da notevoli difficoltà economiche, soprattutto nel settore agricolo (e costretto per questo ad importare ingenti quantitativi di cereali dall'Occidente), profittò della relativa debolezza e delle incertezze di leadership degli Stati Uniti per avvantaggiarsi nella corsa agli armamenti e per allargare la sua sfera d'influenza in tutti i continenti: dall'America Latina (Nicaragua) all'Africa (Etiopia, Angola, Mozambico), al Medio Oriente (nonostante lo scacco subito col passaggio dell'Egitto nel campo filo-occidentale).

 

L'occupazione dell'Afghanistan

Un successo effimero, e pagato a caro prezzo, fu quello ottenuto dall'Urss nel vicino Afghanistan, un tipico Stato cuscinetto situato nel cuore dell'Asia musulmana, in posizione chiave per il controllo dell'area del Golfo Persico. Per imporre nel paese, fin allora schierato su posizioni di non allineamento, un governo fedele alle loro direttive, i sovietici inviarono in Afghanistan, alla fine del '79, un forte contingente di truppe che si dovette scontrare, per quasi dieci anni, contro l'accanita resistenza dei gruppi guerriglieri islamici (sostenuti dal Pakistan, dall'Iran e anche dagli Stati Uniti): un'esperienza amara che, per il suo altissimo costo in vite umane e per le sue ripercussioni psicologiche, è stata spesso paragonata all'intervento americano in Vietnam.

 

La repressione dei dissidenti

Alla stagnazione economica e al rinnovato dinamismo in politica estera faceva riscontro, nell'Urss dell'età brezneviana, un'accentuazione dei tratti burocratico-autoritari del regime interno. S'inasprì, in particolare, la repressione nei confronti degli intellettuali dissidenti, molti dei quali in questo periodo furono condannati a pene detentive o internati in cliniche psichiatriche. Alcuni, fra cui il celebre scrittore Aleksandr Solzenitsyn, poterono emigrare in Occidente, da dove alimentarono una vivace polemica contro il regime comunista.

 

La conferenza di Helsinki

Nel 1975 l'Urss partecipò, assieme ad altri 35 paesi, alla conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce) e ne sottoscrisse gli accordi finali che garantivano fra l'altro il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà politiche fondamentali. Il mancato rispetto di questi accordi avrebbe costituito negli anni successivi un ulteriore motivo di protesta da parte dei dissidenti e un serio ostacolo al dialogo con l'Occidente.

 

L'ascesa di Gorbacev

Una svolta radicale per l'Unione Sovietica e per l'intero mondo comunista si verificò a partire dalla metà degli anni '80. Nel 1985, dopo la morte di Breznev (1982) e dopo un breve interregno che vide salire alla guida del partito e dello Stato gli anziani Yuri Andropov e Kostantin Cernenko -entrambi deceduti per malattia poco dopo la loro ascesa al vertice- la segreteria del Pcus fu assunta da Michail Gorbacev. Più giovane (54 anni) e più dinamico dei suoi predecessori, rappresentante di una generazione che non era stata direttamente coinvolta nello stalinismo. Gorbacev si mostrò subito deciso ad introdurre una serie di radicali novità nel corso della politica sovietica, sia sul piano interno sia su quello internazionale.

 

Le riforme

In politica economica, il nuovo segretario legò il suo nome alla parola d'ordine della perestrojka (ossia "riforma"), proponendo una serie di interventi nel segno della liberalizzazione, volti a introdurre nel sistema socialista elementi di economia di mercato. Sul terreno delle istituzioni, Gorbacev si fece promotore, nel 1988, di una nuova costituzione che, senza intaccare il sistema del partito unico, lasciava spazio a un limitato pluralismo, distinguendo chiaramente le strutture dello Stato da quelle partito (comunque unite al vertice nella persona del segretario-presidente). Le elezioni del congresso dei Soviet tenutesi nel marzo '89 inaugurarono un sistema di candidature plurime (ma sempre su lista unica) e consentirono l'ingresso nel massimo organo rappresentativo d'alcuni esponenti del dissenso: fra questi il fisico Andreij Sacharov, già perseguitato nel periodo brezneviano. Nel maggio '90, il congresso elesse a larghissima maggioranza Gorbaev presidente dell'Urss.

 

Contraddizioni e difficoltà

Riforme economiche e liberalizzazione interna, se da un lato giovarono indubbiamente all'immagine dall'altro evidenziarono e acutizzarono alcune contraddizioni che erano rimaste fin allora come soffocate nella stagnazione dell'età di Breznev. I tentativi di riforma dell'economia, innestandosi su una realtà poco preparata ad accoglierli (perché ormai disassuefatta alla logica della competizione e dell'efficienza), finirono col suscitare non pochi malumori e con l'aggravare il dissenso di un sistema tradizionalmente inefficiente. L'apertura di nuovi spazi di dibattito politico mise in moto tensioni non facilmente controllabili.

 

I movimenti separatisti

Particolarmente allarmante era l'emergere di movimenti autonomisti o addirittura indipendentisti fra le popolazioni non russe già facenti parte dell'impero degli zar e poi inglobate, spesso con mezzi coercitivi, entro i confini dell'Unione. Le prime a muoversi furono le tre repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) annesse all'Unione Sovietica in seguito al patto russo-tedesco dell'agosto '39. Movimenti analoghi emersero anche nelle repubbliche caucasiche (Armenia, Georgia, Azerbaigian) e nelle regioni musulmane dell'Asia centrale.

 

Gli scontri interetnici

In qualche caso la tensione esplose in sanguinosi scontri interetnici: particolarmente gravi quelli che, a partire dall'88, opposero i cattolici armeni ai musulmani azeri (abitanti dell'Azerbaigian). Nel 1990, la stessa repubblica russa (la più grande e la più popolosa dell'Unione, guida e centro motore dell'intero sistema sovietico) rivendicò la propria autonomia dal potere federale ed elesse alla propria presidenza il riformista radicale Boris Eltsin la cui leadership fu confermata, nel giugno dell'anno seguente, da un'elezione popolare a suffragio diretto.

 

La "glasnost"

Ancora più importante delle riforme -che per lo più si dimostrarono inadeguate e furono regolarmente scavalcate dall'incalzare della crisi dell'intero sistema- fu l'avvio di un processo di liberalizzazione interna condotto all'insegna della glasnost ("pubblicità", "trasparenza", in un senso più lato "libertà d'espressione"): un processo che consentì lo svilupparsi di un dibattito politico-culturale impensabile fino a pochi anni prima.

 

Il rilancio del dialogo con l'Occidente

Conseguenza -e insieme presupposto- delle aperture riformiste all'interno fu il rilancio del dialogo con l'Occidente, rimasto pressoché congelato negli anni precedenti: un rilancio imposto anche dall'incapacità del sistema sovietico di rispondere alla sfida globale lanciata dall'America di Reagan e dalla necessità di frenare la corsa agli armamenti per poter destinare maggiori risorse ai consumi individuali. 

i2presidenti.jpg (6643 byte) La trattativa sugli armamenti

La disponibilità di Gorbacev al negoziato trovò un interlocutore interessato in un Reagan desideroso di concludere in bellezza il suo mandato presidenziale e di dimostrare al mondo che l'ostentazione di forza di cui era stato protagonista (soprattutto in materia di armamenti) non portava necessariamente allo scontro, ma al contrario poteva costituire la miglior base per una nuova trattativa globale con l'Urss. Due successivi incontri fra Reagan e Gorbacev (Ginevra, novembre'85 e Reykjavik, ottobre '86), pur noti raggiungendo risultati conclusivi, segnarono la fine di una lunga stagione d'incomunicabilità e inaugurarono un clima più disteso nei rapporti Usa-Urss. Un terzo vertice (Washington, dicembre'87) portò a uno storico accordo sulla riduzione degli armamenti missilistici in Europa: un accordo che, al di là della sua limitata portata pratica, aveva un alto valore simbolico, perché per la prima volta prevedeva la distruzione concordata di armi nucleari.


Il ritiro dall'Afghanistan

Pochi mesi dopo (aprile '88), l'Urss s'impegnò a ritirare le sue truppe dall'Afghanistan: ritiro che fu effettivamente ultimato nel gennaio '89. Nel nuovo clima determinato dai rivolgimenti politici dell'Europa orientale, nuovi incontri al vertice fra Gorbacev e Bush (Malta, dicembre '89 e Washington, giugno '90) consentirono di porre le basi per ulteriori accordi sulla riduzione degli armamenti strategici.

 

La nuova distensione

La rinnovata collaborazione fra le due superpotenze fece nascere molle speranze sulle prospettive di un nuovo ordine internazionale basato non soltanto sull'"equilibrio del terrore". Il nuovo ordine ebbe un inizio di attuazione in Europa, quando a Parigi, nel novembre 1990, nell'ambito di una nuova riunione della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (la seconda dopo quella di Helsinki del '75), i paesi della Nato e del Patto di Varsavia, con la significativa partecipazione della Germania riunificata, firmarono un trattato di non aggressione e di riduzione degli armamenti convenzionali. A questo punto era però la stessa idea di un ordine internazionale basato sul condominio fra Usa e Urss ad entrare in crisi per l'improvviso collasso di uno dei due partner.

Definizioni

glasnost s.f. (voce russa, pubblicità, trasparenza). Nel linguaggio politico affermatosi nell'ex URSS dopo l'ascesa al potere di M. Gorbacëv, termine con il quale si indicava la diffusione a livello di opinione pubblica di notizie e di idee riguardanti la vita politica, economica e sociale dell'ex Unione Sovietica, e che - con la perestrojka - è stata indice di un nuovo corso politico, improntato a una maggiore libertà di espressione e di informazione.

perestrojka s.f. (voce russa, dal prefisso pere, ri-, e strojk, ordine). Riforma, riordinamento. (Il termine è divenuto popolare con il "nuovo corso" della politica di Gorbacëv, a significare non soltanto le specifiche riforme economiche e politiche, ma anche una mentalità più aperta e distensiva.

golpe s.m. (voce sp., colpo). Nel linguaggio politico internazionale “colpo di Stato”, presa di potere attuata con la violenza contro le istituzioni vigenti. (Generalmente avviene mediante l'intervento dell'esercito che con la forza delle armi s'impone alle autorità politiche e civili.)