IL LENINISMO ED IL COMUNISMO DI MARX
Nikolaj Lenin
Nell'opera intitolata I
princìpi del leninismo (1924) Stalin diede diverse caratterizzazioni del particolare
apporto di Lenin al marxismo, le quali contengono tutte una parte di verità. Così è
giusta l'affermazione che il leninismo è l'applicazione del marxismo alle
condizioni particolari della situazione russa, come l'altra che il leninismo
è la rigenerazione degli elementi rivoluzionari del marxismo degli anni 1840-1850,
come pure quella che il leninismo è il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e
della rivoluzione proletaria [...], la teoria e la tattica di questa rivoluzione.
Come dottrina rivoluzionaria il leninismo ha un suo metodo, ed è la risultante del
rifiuto di determinate deviazioni e dell'accettazione di certe altre posizioni
teoriche.
Il metodo consiste in una costante verifica dei princìpi attraverso la pratica
rivoluzionaria, in una riorganizzazione di questa pratica e in una autocritica dei partiti
proletari, del tipo di quella che Lenin stesso operò a una svolta dell'azione
rivoluzionaria, con lo scritto L'estremismo, malattia infantile del comunismo (1920).
L'elaborazione teorica della dottrina ha una sua storia interna. Contro le posizioni del
revisionismo, che tendeva a ridurre il marxismo a un semplice canone di
interpretazione della storia, Lenin affermò il carattere di concezione del
mondo (Weltanschauung) globale del marxismo e sostenne il legame inscindibile del
materialismo storico col materialismo dialettico. Lo scritto Materialismo ed
empiriocriticismo (1909) contiene una difesa del marxismo ortodosso anche contro le
tendenze di tipo idealistico, derivate dalle riflessioni allora più avanzate
sul fondamento e sul metodo delle scienze naturali. Nell'opera Che fare? (1902) Lenin era
venuto intanto chiarendo la sua dottrina della funzione del partito nell'ambito della
classe operaia, polemizzando in particolare con le concezioni dei cosiddetti
economisti.
Abbandonati alla spontaneità, i lavoratori pervengono al massimo a concepire un'azione
rivendicativa a livello sindacale (tradeunionismo). Il socialismo non è una acquisizione
naturale e automatica della coscienza di classe, ma è stato anche storicamente il
prodotto ultimo della grande cultura borghese, elaborato e filtrato da intellettuali non
proletari. Deriva dalla stessa matrice dello spontaneismo l'altra
preoccupazione piccolo-borghese di lasciare che la classe operaia si organizzi dal basso,
con il rituale delle garanzie di democraticità e di rappresentatività. Al contrario,
solo un partito composto da rivoluzionari professionali e retto da una disciplina di ferro
può guidare con successo la classe operaia ad assolvere il suo compito storico.
Lenin accolse invece le indicazioni e si mosse
comunque su una linea assai vicina a quella dei teorici del cosiddetto
neomarxismo (R. Hilferding, R. Luxemburg, F. Sternberg). Impegnati a
verificare la validità del pensiero di Marx nell'analisi della nuova fase del
capitalismo, essi la giudicarono caratterizzata dal predominio crescente del capitale
finanziario e dalla connessa politica imperialistica degli Stati. Nell'opera Imperialismo,
fase suprema del capitalismo (1917), fondamentale per la comprensione del suo pensiero,
Lenin interpretò alla maniera dei neomarxisti il mancato verificarsi della crisi suprema
del sistema capitalistico in dipendenza della caduta tendenziale del saggio di profitto,
accettando l'idea che gli investimenti di tipo coloniale e semicoloniale consentendo lo
sfruttamento di una manodopera a bassissimo prezzo avessero comportato una diminuzione
della composizione organica del capitale, modificando il processo previsto da Marx dei
crescenti investimenti relativi in capitale fisso. Di qui la certezza di Lenin, maturata
nel corso della prima guerra mondiale, che il tramonto dell'imperialismo coloniale avrebbe
coinciso con la fine del sistema capitalistico mondiale nel suo complesso.
Motivi teorici importanti del leninismo sono inoltre la conferma della ineluttabilità
delle crisi periodiche di sovrapproduzione anche nella nuova fase del capitalismo e
l'analisi dello sviluppo del capitalismo nell'agricoltura, che costituisce un vero
approfondimento della teoria marxista della rendita differenziale e assoluta. Da questa
premessa Lenin derivò la necessità dell'alleanza del proletariato urbano con le masse
contadine, che fu una delle grandi linee strategiche della sua azione rivoluzionaria.
Le contraddizioni del capitalismo nella sua nuova fase, in parte non previste dai
fondatori del socialismo scientifico, producono così tensioni nuove: le colonie si
oppongono alle metropoli, i paesi agricoli a quelli capitalistici, gli imperi agli imperi.
Dalla guerra inevitabile uscirà vittoriosa la rivoluzione, possibile anche in un solo
paese, il quale si rafforzerà poi sostenendo i vari movimenti di liberazione nazionale,
le classi operaie e i popoli colonizzati in lotta contro il nemico comune: l'imperialismo.
La dittatura del proletariato, prevista da Marx per la fase di transizione
rivoluzionaria, diventa in Lenin, coerentemente con la sua concezione dei rapporti fra
classe e partito, dittatura del partito comunista. Quest'ultimo è lo strumento
fondamentale della rivoluzione proletaria e il depositario di tutti i poteri.
Karl Heinrich Marx

Marx (Karl Heinrich), uomo politico, filosofo ed economista tedesco (Treviri 1818 - Londra
1883). Di famiglia borghese abbastanza agiata (suo padre era un avvocato israelita
convertito al protestantesimo), Marx fece gli studi medi a Treviri e frequentò poi le
università di Bonn e di Berlino, dove trascurò i corsi di giurisprudenza per seguire
quelli di filosofia, subì l'influenza del movimento dei giovani hegeliani ed
entrò in rapporto con Feuerbach. Si laureò nel 1841 a Jena con una tesi sul pensiero di
Epicuro e subito dopo, mentre approfondiva i suoi studi di filosofia, si dedicò al
giornalismo politico, divenendo (nel 1842) prima collaboratore e poi redattore capo del
giornale di opposizione democratica Die Rheinische Zeitung. Dopo che questo fu sospeso nel
1843, a conclusione di una lunga lotta con la censura prussiana, Marx, sposata Jenny von
Westphalen, andò nell'autunno dello stesso anno a Parigi, con l'intenzione di
pubblicarvi, in collaborazione con Arnold Ruge, una rivista che trattasse liberamente le
questioni della politica tedesca. La pubblicazione di tale periodico (Deutsche
Französische Jahrbücher) cessò dopo il primo numero, sia per le difficoltà incontrate
nella diffusione di esso in Germania, sia per l'acuirsi del dissenso dottrinario fra Marx
e Ruge.
A quel primo e unico fascicolo, nel quale Marx pubblicò due suoi scritti importanti, La
critica della filosofia hegeliana del diritto e La questione ebraica, collaborò anche
Friedrich Engels, che Marx aveva ritrovato a Parigi dopo un fuggevole incontro di due anni
prima. Ebbero così inizio in quell'anno 1844 un'amicizia e una comunanza di idee che
dovevano durare per tutta la vita. Nel 1845 le pressioni del governo prussiano costrinsero
le autorità francesi a espellere Marx, il quale si stabilì allora a Bruxelles, dove
proseguì i suoi studi e la sua attività politica: fondò fra l'altro i comitati di
corrispondenza comunista, aderì insieme con Engels alla Lega dei comunisti e scrisse
(1847-1848) in collaborazione con l'amico il Manifesto del partito comunista, che fu
pubblicato a Londra nel febbraio del 1848. Gli anni 1848 e 1849 videro Marx coinvolto
nelle vicende turbinose della rivoluzione e della controrivoluzione europea: espulso dal
Belgio agli inizi del 1848, visse per qualche settimana a Parigi, passò poi a Colonia,
dove pubblicò la Neue Rheinische Zeitung (1848-1849), venne risospinto a Parigi dalla
vittoria della controrivoluzione in Germania, e infine nell'agosto del 1849 si stabilì
definitivamente con la famiglia a Londra.
Qui rimase fino alla morte, salvo alcuni brevi viaggi in Francia, Germania e Austria,
connessi con la sua attività di dirigente rivoluzionario. Assillato dalle difficoltà
economiche, superate spesso con l'aiuto provvidenziale dell'amico Engels, colpito
duramente nei suoi affetti familiari, Marx si impegnò tuttavia nell'esilio londinese in
un'intensa attività politica e intellettuale, guidando praticamente la prima
Internazionale dalla fondazione al congresso dell'Aia (1864-1872) e scrivendo le
sue opere fondamentali, tra cui Il capitale, di cui pubblicò il primo volume nel 1867. Le
opere principali di Marx, oltre a quelle citate, sono: Economia politica e filosofia
(scritto nel 1844, pubblicato per la prima volta nel 1928-1932), La sacra famiglia (1845),
in collaborazione con Engels, L'ideologia tedesca (1845-1846), pure in collaborazione con
Engels, La miseria della filosofia (1847), Lavoro salariato e capitale (1849), Le lotte di
classe in Francia nel 1848-49 (pubblicato in una rivista nel 1850, in volume nel 1895), Il
18 brumaio di Luigi Bonaparte (1852), Per la critica dell'economia politica (1859),
Indirizzo inaugurale della I Internazionale dei lavoratori(1864), La guerra civile in
Francia (1871), Teorie del plusvalore (concepito come quarto volume del Capitale, scritto
fra il 1861 e il 1865, pubblicato in tre volumi da Kautsky fra il 1905 e il 1910). Il
secondo e il terzo volume del Capitale uscirono postumi, a cura di Engels, rispettivamente
nel 1885 e nel 1894.
Marx fu collocato dai suoi studi, dai suoi contatti umani e, se si vuole, dalla maturità
dei tempi alla confluenza di tre correnti di pensiero: la filosofia classica tedesca, il
socialismo utopistico fiorito prevalentemente in Francia, l'economia politica
inglese. Attraverso un potente sforzo di revisione, di rielaborazione e di sintesi di
apporti tanto disparati egli pervenne alla fondazione del socialismo cosiddetto
scientifico.
Liberatosi dalle ubbie idealistiche di derivazione hegeliana e successivamente
dall'inerte materialismo, su cui poggiava l'umanesimo di Feuerbach, Marx sostituì fin
dall'inizio della sua attività rinnovatrice all'idea l'uomo, concepito non come diafano
centro di conoscenza, ma come praxis, polo attivo di una tensione incessante con la natura
e con le forze produttive.
Dei rapporti materiali dell'esistenza, che Hegel aveva indicato, sull'esempio degli
scrittori francesi e inglesi del XVIII sec., con l'espressione di società
civile, l'economia politica forniva la descrizione anatomica, mentre il socialismo
utopistico pretendeva di essere per parte sua, per lo più assai inadeguatamente, una
diagnosi e una terapia. Solo il metodo dialettico hegeliano, applicato alla realtà degli
uomini legati alla natura e viventi in società, coglie il ritmo e la legge profonda dello
svolgimento storico e fornisce all'azione politica scientifica la necessaria
luce teoretica. Su questa linea si sviluppano una concezione generale del mondo, un metodo
di interpretazione della storia e una nuova dottrina economica, costruita storicizzando le
categorie dell'economia politica classica.
La concezione generale del mondo è quella definita come materialismo
dialettico. Marx criticò il carattere mistificatorio della dialettica
hegeliana, che descriveva solo un riflesso depotenziato e un'immagine astratta del reale
movimento della natura e della storia, e affermò che bisognava capovolgere la
costruzione hegeliana, per scoprire il nocciolo razionale sotto l'involucro
mistico. Il movimento non trova la sua ragione e il suo principio nell'idea, ma
nella tensione delle forze reali: Hegel ha fatto camminare la dialettica sulla
testa, e il compito della nuova filosofia è quello di rimetterla in
piedi. A parte questo ribaltamento, resta vero, almeno sul piano formale, che il
processo della realtà si svolge secondo il ritmo hegeliano di tesi, antitesi e sintesi, e
che il movimento si realizza attraverso una successione di rivoluzioni (balzi
o salti qualitativi), rese inevitabili di volta in volta dalla rottura di equilibrio
provocata dall'accumularsi dei mutamenti quantitativi.
Il nuovo equilibrio raggiunto è a sua volta provvisorio ed è destinato a costituire il
punto d'avvio di un'ulteriore contraddizione a livello più elevato. Va tuttavia osservato
che l'applicazione del metodo dialettico all'interpretazione dei fenomeni naturali, con i
relativi sforzi per dimostrare, ad es., che anche le reazioni chimiche possono essere
riportate allo schema dialettico della quantità che si converte in qualità,
fu un interesse intellettuale tipico di Engels in una certa fase della sua vita, mentre
Marx preferì esercitare le sue verifiche nel mondo dei rapporti economico-sociali e della
storia. La concezione materialistica della storia, o materialismo storico, può essere
considerata formalmente come l'applicazione a un settore particolare della realtà dei
princìpi del materialismo dialettico sopra esposti. Ciò che condiziona il processo
sociale, politico e spirituale della vita è il modo in cui gli uomini
producono la loro vita materiale. Questo li costringe, di epoca in epoca, a
entrare in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di
sviluppo delle forze produttive.
Le forze produttive materiali costituiscono la struttura di una data società, alla quale
si conformano più o meno mediatamente i rapporti di produzione, la loro regolamentazione
giuridica e politica e le varie manifestazioni della coscienza sociale (sovrastruttura):
non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è al contrario il
loro essere sociale che determina la loro coscienza. Questo rapporto di
determinazione non va inteso in senso rigidamente unidirezionale, essendo vero anche
l'inverso, e cioè che la sovrastruttura rifluisce a sua volta sulla struttura e la
modifica.
Quando l'evoluzione delle strutture, attraverso le successive accumulazioni quantitative,
mette le prime in contrasto con le vecchie sovrastrutture, trasformatesi ormai da forme di
sviluppo in catene delle forze produttive, sopravviene una rivoluzione sociale, attraverso
la quale la nuova struttura riesce ad assestarsi entro rapporti più adeguati. L'aspetto
più tipico della conformazione dei rapporti di produzione alle forze produttive è la
divisione della società in classi sfruttate e classi
sfruttatrici. È per questo che la storia passata e presente dell'umanità può
essere tutta interpretata, schematizzandone ma non deformandone la straordinaria
complessità, come una serie di variazioni sull'unico tema della lotta delle classi. Nella
società capitalistica la classe sfruttatrice è la borghesia e la classe sfruttata il
proletariato. Quest'ultimo, per la stessa conformazione produttiva assunta dalla società
capitalistica, non potrà liberare se stesso dallo sfruttamento senza liberare
contemporaneamente e per sempre la società tutta intera: perciò con l'emancipazione del
proletariato la preistoria dell'umanità avrà fine, cesseranno lo
sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, la divisione della società in classi e la
lotta di classe.
La borghesia capitalistica, che ha instaurato il suo dominio al termine della lotta
vittoriosa contro l'aristocrazia feudale, è a sua volta destinata a essere travolta dal
trionfo della nuova classe rivoluzionaria: gli espropriatori saranno
espropriati. Marx è preoccupato soprattutto di ricavare scientificamente
dall'osservazione dei fatti il senso dell'evoluzione prevedibile della società e non
ritiene suo compito quello (nel quale si era spesso sbizzarrita la fantasia degli
utopisti) di anticipare le forme di organizzazione e di vita della società senza classi,
di tipo collettivistico o comunistico, che sarebbe stata instaurata dalla vittoria del
proletariato. Dai suoi scritti si possono ricavare solo indicazioni sporadiche sulla
città futura. La dottrina economica di Marx si viene delineando attraverso
l'esame critico dell'economia politica classica e della società capitalistica e culmina
con la descrizione scientifica del processo che dovrà condurre la classe
operaia all'emancipazione. I fondamenti di tale dottrina sono costituiti dai concetti di
capitale, di valore-lavoro e di plusvalore.
Capitali sono i mezzi di produzione e di scambio fatti funzionare dall'attività di
persone diverse dai loro detentori: questi ultimi realizzano in tal modo il profitto
capitalistico, che nasce dalla differenza fra il valore dei beni prodotti (dipendente dal
tempo medio di lavoro socialmente necessario alla loro produzione) e il salario pagato ai
lavoratori come corrispettivo dell'utilizzazione della loro forza- lavoro, salario che
tende a comprimersi al livello del valore dei mezzi elementari di sussistenza del
lavoratore e della sua famiglia. Così nel sistema di produzione capitalistico i detentori
dei mezzi di produzione (capitalisti) vengono a trovarsi in antagonismo necessario col
proletariato, che aliena se stesso nel suo lavoro: l'alienazione si verifica
sia nel senso che l'operaio non ha rapporti reali con i prodotti del suo lavoro, che non
appartengono a lui, sia nel senso che il lavoro salariato non è volontaria
estrinsecazione della personalità, ma mortificazione e avvilimento di essa.
La struttura concettuale sopra delineata include, oltre alla nozione di capitale, anche le
altre due fondamentali dell'economia marxistica: quella di valore-lavoro, per cui, essendo
ogni bene prodotto una gelatina di lavoro, il suo valore è determinato dal
lavoro sociale medio necessario a produrlo, e quella di plusvalore, che
individua nell'appropriazione capitalistica della differenza fra il valore realmente
prodotto dal lavoro salariato e il costo della forza-lavoro la condizione necessaria del
mantenimento e dell'espansione del sistema. Il capitalista destina il plusvalore
rastrellato alla creazione di nuovo plusvalore: La ritrasformazione del plusvalore
in capitale è appunto ciò che si chiama accumulazione capitalistica (Il capitale).
Ma nel corso del processo di accumulazione la struttura del capitale subisce una profonda
trasformazione: l'incremento del capitale costante (impianti e macchine) è,
secondo Marx, in conseguenza del progresso tecnico, assai più intenso di quello del
capitale variabile (fondi di rotazione delle imprese destinati
all'anticipazione dei salari).
L'accumulazione capitalistica, che alle sue origini aveva consentito di assorbire una
grande quantità di manodopera supplementare, conoscerebbe così a un certo punto una
inversione di tendenza. Il rapporto sempre più sfavorevole fra capitale variabile e
capitale costante implica in linea generale da un lato una diminuzione del profitto
relativo (caduta tendenziale del saggio di profitto), dall'altro il formarsi di una
sovrappopolazione relativa, che viene a costituire l'armata di riserva
industriale. Alla pauperizzazione progressiva del proletariato come classe farà
riscontro l'aumento e la concentrazione crescente del capitale: l'acuirsi di questa
contraddizione condurrà sulla soglia del salto qualitativo finale. Secondo Marx anche le
crisi economiche ricorrenti sono una conseguenza inevitabile delle contraddizioni interne
del sistema capitalistico. Esse sono provocate essenzialmente dalla sproporzione fra le
possibilità in continuo aumento dell'apparato produttivo e le capacità di assorbimento
del mercato, che diminuiscono col contrarsi del potere d'acquisto dei produttori. Fra le
vittime predestinate delle crisi capitalistiche sono i piccoli produttori indipendenti,
relitti di un sistema economico ormai sulla via del tramonto: il progresso
dell'industria precipita nel proletariato intere sezioni della classe dominante, è
detto già nel Manifesto. A questa proletarizzazione di un'ampia fascia della borghesia fa
riscontro una crescente concentrazione economica, che lascia intravedere, al limite, il
momento storico in cui la proprietà capitalistica sarà detenuta solo da pochissime mani.
Allora giungerà al punto di rottura la contraddizione fondamentale del sistema, quella
fra l'appropriazione privata dei mezzi di produzione e di scambio e il carattere sociale
(collettivo) del processo di produzione.
Concentrando in enormi stabilimenti decine di migliaia di operai il regime capitalistico
esaspera anche visibilmente nel processo produttivo quel carattere sociale, che non può
non evocare come corrispettivo necessario la proprietà collettiva dei mezzi di produzione
e di scambio. Nel corso di una crisi più violenta delle altre (crisi finale) il
proletariato, probabilmente passando attraverso lo sciopero generale, si impadronirà
dello Stato. Nel Manifesto sono indicati con precisione i primi interventi
dispotici che dovranno consentire alla nuova classe egemonica di strappare a poco a
poco alla borghesia tutto il capitale, di accentrare tutti gli strumenti di produzione
nelle mani dello Stato e di moltiplicare la massa delle forze produttive: Marx parla fra
l'altro di espropriazione della proprietà fondiaria, di imposta fortemente progressiva,
di abolizione del diritto di successione, di lavoro obbligatorio per tutti. Ma dopo questa
fase estrema della lotta di classe, nella quale i due vecchi antagonisti continuano a
lottare da posizioni rovesciate, nascerà la società nuova.
Quando gli ultimi residui delle differenze di classe saranno scomparsi e tutta la
produzione sarà concentrata in mano agli individui associati, non avrà più
ragione d'essere lo Stato. Essendo il potere politico il centro di un sistema coercitivo
organizzato da una classe in vista dell'oppressione di un'altra, esso non potrà
sopravvivere alla scomparsa della società divisa in classi. Alla vecchia società
borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra un'associazione in
cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti
(Manifesto). Avanti ancora, in un avvenire molto più lontano, quando le sorgenti della
ricchezza collettiva scorreranno in tutta la loro pienezza, ogni differenza fra lavoro
manuale e lavoro intellettuale sarà scomparsa e il lavoro non sarà più solo un mezzo di
vita, ma il primo bisogno della vita, la società potrà scrivere sulle sue
bandiere: ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni
(Critica del programma di Gotha). Le teorie di Marx, fin dalla loro prima diffusione,
hanno ottenuto adesioni incondizionate e provocato critiche e riserve. Il leninismo si
presentò come un'analisi marxistica del capitalismo giunto nell'estrema fase
dell'imperialismo. Gli adattamenti del pensiero di Marx alle nuove condizioni, presunte o
reali, della realtà politico-sociale rientrano nell'ampia categoria storica del
revisionismo In Italia gli interpreti più lucidi e acuti del pensiero di Marx sono stati
Antonio Labriola (che influì notevolmente sul giovane Croce) e, con maggiore originalità
e creatività politica, A. Gramsci.
Definizioni
leninismo s.m. Insieme delle teorie
di Lenin, sviluppate sulla base del marxismo e del materialismo storico.
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