| L'ITALIA |
| Nei primi anni '70, la debolezza dell'esecutivo di fronte alle tensioni della società apparve in tutta la sua evidenza non solo nelle frequenti crisi governative, ma anche nel modo in cui fu affrontato il primo manifestarsi del terrorismo politico. La strage di Piazza Fontana Il 12 dicembre 1969, in pieno AUTUNNO CALDO, una bomba
esplosa a Milano, in piazza Fontana, nella sede della Banca nazionale dell'agricoltura,
provocò 17 morti e oltre 100 feriti. L'incapacità di risolvere il caso, di cui dettero
prova gli apparati dello stato, fu messa sotto accusa dall'opinione pubblica e dalla
stampa di sinistra, che individuò nell'estrema destra fascista la matrice politica
dell'attentato e denunciò le pesanti responsabilità dei servizi di sicurezza nel deviare
le indagini verso un improbabile "pista anarchica". Si parlò allora di una
strategia della tensione messa in atto dalle forze di destra per incrinare le basi dello
Stato democratico e favorire soluzioni autoritarie. La rivolta di Reggio Calabria La conferma dei pericoli corsi dalle istituzioni venne,
nell'estate del '70, dalla rivolta di Reggio Calabria, che vide un'intera città
esasperata per non esser stata designata come capoluogo dell'appena istituita regione,
esplodere in una serie di violente dimostrazioni, culminate, in luglio, in una vera e
propria rivolta guidata da esponenti del Msi. I contrasti nella maggioranza L'impotenza dimostrata, in questa come in altre occasioni, dai poteri pubblici rifletteva anche profonde divisioni all'interno dello schieramento di governo. Mentre ampi settori della DC e del PSDI tendevano a farsi interpreti di un'opinione pubblica moderata (la cosiddetta maggioranza silenziosa) spaventata dalle agitazioni operaie e studentesche, e a spostare ovunque verso destra l'asse politico della maggioranza, il PSI mirava apertamente a equilibri più avanzati, cioè al progressivo coinvolgimento del PCI nelle responsabilità di governo. Il ricorso a elezioni politiche anticipate, nel maggio del '72, si rivelò inutile e non portò mutamenti di rilievo (a parte un certo rafforzamento del MSI). Le difficoltà economiche Né il governo centrista composto da democristiani, socialdemocratici e liberali e guidato da Giulio Andreotti ('72-'73) ne i successivi governi di centro-sinistra presieduti da Mariano Rumor ('73-'74) furono in grado di compiere scelte politiche di ampio respiro e di affrontare con efficacia una situazione economica che presentava nuovamente sintomi preoccupanti (ristagno produttivo, dovuto anche alla persistente conflittualità sindacale, crescita della spesa pubblica). Alla fine del '73 le difficoltà economiche furono aggravate dalle conseguenze della guerra arabo-israeliana del Kippur: l'aumento del prezzo del petrolio provocò, in Italia come altrove, un calo della produzione industriale e l'avvio di un processo inflazionistico. Gli scandali politico-finanziari
Il referendum sul divorzio Quando, nel 1974, la nuova legge sul divorzio fu sottoposta a referendum abrogativo per iniziativa di gruppi cattolici appoggiati dalla DC e dal Msi, si assistette ad una gran mobilitazione che era appoggiata dalle forze laiche (in particolare dal piccolo Partito radicale di Marco Pannella, da sempre impegnato sulle tematiche dei diritti civili), ma che non sempre seguiva i canali partitici. Il netto successo dei divorzi (nel referendum che si tenne in maggio, i NO all'abrogazione della legge furono quasi il 60%) mostrò chiaramente che la società italiana era cambiata, che il ruolo della donna non poteva più essere confinato nella difesa della famiglia, che il peso della Chiesa come ispiratrice della vita privata dell'individuo, era fortemente ridimensionato. I mutamenti intervenuti nella società italiana trovarono ulteriore riscontro in due leggi approvate nel '75: la riforma del diritto di famiglia, che sanciva la parità giuridica fra i coniugi; e l'abbassamento della maggiore età, cui era legato il diritto di voto, da 21 a 18 anni. Tre anni più tardi (giugno '78), dopo un lungo e acceso dibattito che vide ancora una volta la DC, opposta alle sinistre e ai partiti laici, il Parlamento approvò la legge che legalizzava e disciplinava l'interruzione volontaria della gravidanza. Intorno alla metà degli anni '70, anche sull'onda del successo nel referendum sul divorzio, le forze del cambiamento parvero in ascesa, sospinte dalle ricorrenti critiche al degrado della vita pubblica, e dalle diffuse richieste di rinnovamento. Accogliere i frutti politici di questa domanda fu soprattutto il Pci, che già nel '68 aveva dato di sé un'immagine diversa da quella tradizionale, con la condanna dell'intervento sovietico in Cecoslovacchia, e che nel '73 prospettò un'importante mutamento strategico. Il compromesso storico e l'eurocomunismo Il suo segretario Enrico Berlinguer sostenne la necessità di giungere ad un compromesso storico, ossia ad un accordo di lungo periodo fra le forze comuniste, socialiste e cattoliche, come unica via per scongiurare i rischi di soluzioni autoritarie e per allargare le basi dell'azione riformatrice. In seguito il Pci stabilì contatti con comunisti francesi e spagnoli per avviare una politica comune in Europa occidentale, con connotati diversi da quelli del comunismo sovietico (si parlò allora di eurocomunismo). I successi elettorali del Pci e la fine del centrosinistra Il carattere moderato e rassicurante della proposta dì
Berlinguer unito alla persistente "diversità" che derivava dalle origini
rivoluzionarie e dal filo-sovietismo del partito (e che fin allora aveva rappresentato un
limite alla sua espansione), fecero del Pci. In questa fase, il naturale punto di
convergenza delle numerose ed eterogenee istanze di trasformazione che si agitavano nella
società italiana. Lo si vide nelle elezioni regionali e locali del giugno'75 (le prime
cui parteciparono i diciottenni), che registrarono un vistoso aumento del Pci (salito dal
27% al 33,4%) e un calo della Dc (scesa dal 37,9 al 35,3) e consentirono la formazione di
giunte di sinistra in molte regioni del Centro-Nord e in alcuni tra maggiori comuni
italiani. Il terrorismo e la solidarietà nazionale L'esito delle elezioni del giugno '76 lasciava aperto il problema di una nuova formula di governo. Poiché i socialisti non erano disponibili ad una riedizione del centro-sinistra e che non esistevano i margini (numerici e politici) per un ritorno al centrosinistra. L'unica soluzione praticabile stava in un coinvolgimento del Pci nella maggioranza. Il governo delle astensioni e l'emergenza terroristica Si giunse così, in agosto, alla costituzione di un governo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti, che ottenne l'astensione in Parlamento di tutti gli altri partiti, esclusi il Msi e i radicali. Non era ancora il "governo d'emergenza " con la partecipazione di tutti i partiti costituzionali, invocato dalle sinistre, ma era pur sempre una risposta unitaria della classe politica ad una situazione resa sempre più preoccupante dalla crisi economica e soprattutto dal dilatarsi del fenomeno terrorista, ora non più solo di destra, ma anche di sinistra. Un fenomeno che, nelle sue prime manifestazioni, fu giudicato come un fatto episodico e sostanzialmente estraneo al tessuto civile del paese, ma che doveva stare invece per molti anni un elemento permanente e disgregante della vita politica italiana. Opposti nella loro matrice ideologica, i due terrorismi, quello nero e quello rosso, erano diversi anche nel modo di operare. Il tratto distintivo del terrorismo di destra fu il ricorso ad attentati dinamitardi in luoghi pubblici, che provocavano stragi indiscriminate, col probabile scopo di diffondere il panico nel paese e di favorire una svolta autoritaria. Il terrorismo nero
Per i terroristi, in gran parte giovani o giovanissimi provenienti per lo più dalla militanza nelle file del movimento studentesco, dei gruppi extraparlamentari e degli stessi partiti della sinistra storica -l'azione armata si presentava come un atto esemplare, destinato essenzialmente alla classe operaia, al fine di mobilitarla per il rovesciamento del sistema capitalistico e dello Stato borghese. Ai primi isolati attentati incendiari, seguirono, fra il '72 ed il '75, sequestri di dirigenti industriali e di magistrati (il più clamoroso fu quello del giudice Sossi, avvenuto nell'aprile '74). Nel '76, con l'uccisione del procuratore generale di Genova Coco e dei due uomini della sua scorta, si giunse all'assassinio programmato. Gli autori di queste azioni appartenevano alle Brigate Rosse, il primo e il più pericoloso gruppo terrorista di sinistra, attivo fino al 1988. Ad esso si affiancarono tra il '75 ed il '76 i Nuclei armati proletari e Prima linea. Negli stessi anni in cui dovette fronteggiare il salto di qualità compiuto dal terrorismo di sinistra, il governo si trovò a confrontarsi con la crisi economica. Nel '75 il prodotto interno si ridusse del 3,6%. La crisi economica Dall'anno successivo si ebbe una limitata ripresa, ma il tasso d'inflazione rimase molto elevato, oscillando fra il 17 ed il 19% (tra i più alti dei paesi industrializzati). L'inflazione era dovuta in parte all'aumento del prezzo del petrolio, ma anche alla dilatazione dei consumi e alla crescita della spesa pubblica (assorbita In buona parte dalle spese correnti); e i suoi effetti furono amplificati dal nuovo meccanismo di scala mobile introdotto nel gennaio '75 da un accordo fra sindacati e Confindustria, meccanismo che assicurava ai salari (soprattutto a quelli più bassi) un più rapido adeguamento al costo della vita. La disoccupazione giovanile Se la questione della spesa pubblica e quella del costo del lavoro erano destinate a restare, anche negli anni successivi, i principali nodi dell'economia italiana, il problema socialmente più drammatico era quello della disoccupazione, soprattutto giovanile. Lo sviluppo della scolarizzazione accresceva le aspirazioni dei giovani, che però faticavano a trovare sbocchi adeguati al titolo di studio. Il movimento del '77 Il malessere giovanile si espresse in forme drammatiche nei primi mesi del 1977, quando un nuovo movimento di studenti universitari e medi diede luogo a occupazioni d'università e a violenti scontri di piazza, che videro per la prima volta l'uso frequente d'armi da fuoco da parlo dei dimostranti. Protagonisti degli scontri furono gruppi di Autonomia operaia, che raccoglievano in forme ulteriormente estremizzate l'eredità dell'operaismo sessantottesco. Sembrò a molti che ci si trovasse di fronte a una riedizione dell'esperienza del '68. Ma di quell'esperienza si era ormai perso l'originario ottimismo rivoluzionario. Il movimento del '77 era in realtà il coagulo provvisorio di una serie di gruppi e movimenti, accomunati solo dallo spontaneismo e da una radicalizzazione esasperata. Bersaglio principale della contestazione fu la sinistra tradizionale, soprattutto il Pci e i sindacali: clamorosa fu l'aggressione di un gruppo d'autonomi ad un comizio del segretario della Cgil Lama, avvenuta in febbraio all'università di Roma. L'inevitabile delusione seguita all'ondata del '77 si risolse, per la maggioranza dei giovani che vi erano stati coinvolti, in un ripiegamento nella dimensione del privato; ma per altri significò il passaggio alla militanza terroristica. La crescita del terrorismo di sinistra A partire da questo momento si registrò, infatti, una brusca impennata del terrorismo di sinistra: nel solo '77 vi furono 287 attentati, molti dei quali con spargimento di sangue, rivendicati da 77 sigle diverse. Nel '79 gli attentati salirono a 805 e le sigle a 217. Gli anni fra il '77 e l'80, quelli in cui il terrorismo sembrava non più arginabile, furono fra i più duri della storia della repubblica. Il sequestro e l'assassinio di Moro Nel 1978 le Brigate rosse, consapevoli di disporre di una
diffusa rete di consensi, misero in atto il loro progetto più ambizioso. Il 16 marzo - il
giorno stesso della presentazione in Parlamento di un nuovo governo Andreotti, monocolore
democristiano appoggiato da una maggioranza allargata anche al Pci - un commando
brigatista rapì Aldo Moro, presidente della Dc e principale artefice della nuova politica
di solidarietà nazionale uccidendo i cinque uomini della sua scorta. A quella giornata,
vissuta dal paese con sorpresa e sgomento, seguirono 55 giorni di attesa e di polemiche di
fronte alla sofferta decisione del governo di non trattare il rilascio di Moro con i
terroristi, decisione appoggiata dal Pci e contrastata per motivi politici e umanitari,
dal Psi e da altri gruppi minori della sinistra. Il 9 maggio Moro fu ucciso e il suo
cadavere abbandonato in una strada al centro di Roma. Questo delitto evidenziò come
nessun altro la gravità del fenomeno terroristico, ma contemporaneamente avviò una
progressiva presa di distanze dall'area eversiva da parte di quanti avevano coltivato fin
allora ambigue solidarietà. Un fatto che, unito al potenziamento delle forze dell'ordine,
avrebbe portato dall'80, alle prime sconfitte del terrorismo di sinistra. Il governo di solidarietà nazionale e la politica di austerità Nel non facile clima politico, creatosi dopo l'assassinio di Moro, il nuovo governo di solidarietà nazionale cercò di avviare il risanamento dell'economia, aiutato in quest'atteggiamento dei comunisti, che si fecero sostenitori di una linea d'austerità, e da una relativa moderazione delle richieste sindacali. Nel '78 l'inflazione scese di qualche punto (toccando col 13,9% il livello più basso del periodo '73-'84). La situazione finanziaria diede segni di miglioramento, grazie all'adozione di nuove imposte indirette e grazie anche agli effetti della riforma fiscale varata nel '74, che aveva reso più razionale ed efficiente il sistema della tassazione diretta. Ma, sul fronte delle riforme (che avrebbero dovuto compensare e giustificare la polizia di austerità), la difficoltà di conciliare tutti gli interessi rappresentati nella coalizione portò a risultati discutibili. L'equo canone e la riforma sanitaria La legge del '78 sull'equo canone, che aveva lo scopo di regolare e calmierare il livello degli affitti, avrebbe prodotto risultati disastrosi sul mercato degli alloggi, soprattutto nelle grandi città. La riforma sanitaria varata nello stesso anno -che sanciva la gratuità delle cure per tutti e riordinava la medicina pubblica, affidandone la gestione ad appositi organismi (le Usl, unità sanitarie locali) dipendenti dalle regioni- si sarebbe rivelata nell'applicazione concreta, fonte d'inefficienza e di sprechi. Le delusioni della solidarietà nazionale Nel complesso, la politica di solidarietà nazionale non produsse risultati adeguati all'ampiezza delle forze impegnate e alle attese dell'opinione pubblica di sinistra. L'ingresso dei comunisti nella maggioranza non servì, come molti avevano sperato, a mettere in moto un processo di trasformazione sociale e a risanare la vita pubblica. In questi anni si mantenne e si rafforzò la pratica della lottizzazione (ossia la spartizione delle cariche pubbliche in conformità a criteri d'appartenenza dei partitica). Continuarono a verificarsi, soprattutto negli enti locali e nelle imprese a partecipazione statale,episodi di cattiva gestione o di vera e propria corruzione politica. Gli scandali giunsero a toccare la presidenza della Repubblica, costringendo alle dimissioni, nel giugno del '78, il capo dello Stato, il democristiano Giovanni Leone (eletto nel '71 da una maggioranza di centro-destra), accusato di connivenza con gruppi affaristici. Pertini presidente della Repubblica Al suo posto fu eletto, col voto di tutti i partiti dell' "arco costituzionale", il socialista Sandro Pertini, ottantaduenne, figura di indiscusso prestigio morale, che seppe conquistarsi in breve tempo una vastissima popolarità. La fine della solidarietà nazionale Si andava frattanto esaurendo l'esperienza della solidarietà nazionale. Il nuovo corso impresso da Craxi alla politica socialista -centrato sul recupero della tradizione riformista in aperta polemica col Pci e insofferente dei vincoli imposti dalla grande coalizione- rendeva sempre più difficile la collaborazione all'interno della maggioranza e ricreava le condizioni per una ripresa dell' alleanza tra il Psi e i partiti di centro (interrotta nel '75 per volontà degli stessi socialisti). D'altro canto i comunisti chiedevano l'ingresso a pieno titolo nell' esecutivo, minacciando in caso contrario il passaggio all'opposizione. Nel gennaio '79 il Pci, in contrasto con gli altri partiti anche su problemi di politica estera ed economica -in particolare sull'adesione al Sistema Monetario Europeo- abbandonò la maggioranza. La crisi che seguì portò, pochi mesi dopo, a nuove elezioni anticipate |