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giovanile del 1968
Marx e la Squola
di Francoforte
La rivoluzione culturale Body Art Le trasformazioni
topologiche
La corsa alla luna Il campo gravitazionale
terrestre
Bibliografia

LA CONTESTAZIONE GIOVANILE DEL 1968

 

Tra il 1950-’70, in conseguenza al boom economico che interessò i Paesi industrializzati, si assistette, in America e in Europa in particolare, all’aumento dei consumi privati e non essenziali, come l’abbigliamento, le automobili, gli elettrodomestici, ovvero i cosiddetti “consumi superflui”, che portarono alla standardizzazione dei modelli di consumo: si affermò così quella società consumista caratterizzata dal rapido invecchiamento tecnologico di molti prodotti industriali, dalla frequente sostituzione dei beni d’uso corrente molto al di là delle necessità imposte dall’uso materiale, dal massiccio, e spesso invadente, condizionamento esercitato da un’onnipresente pubblicità e da una certa tendenza allo spreco.

Per questa società così costituita, a partire dagli anni ’60 si assistette ad una sorta di rifiuto ideologico in quanto la si accusava di sostituire allo sfruttamento economico di tipo tradizionale una forma più subdola e raffinata di dominio, esercitata soprattutto attraverso la pubblicità e i mass media, fu per questo che si assistette alla ripresa delle ideologie rivoluzionarie di matrice marxista e tra i giovani riscosse molto successo il pensiero della Scuola di Francoforte.La contestazione studentesca degli anni ’60 e ’70 nascono proprio da questa realtà e inizialmente si configurò come rifiuto delle convenzioni, di vera e propria fuga dalla società industrializzata (fu specialmente il caso delle comunità hippy con il loro ritorno alla natura) e alla creazione di una cultura alternativa, in cui confluivano pratica della non violenza e religiosità orientale (buddismo, induismo), consumo di droghe leggere e  messaggi della nuova musica.

In seguito la rivolta giovanile assunse forme più politicizzate e trovò i suoi centri propulsori nelle università, dove la scolarizzazione di massa aveva concentrato un ceto studentesco più numeroso e socialmente più articolato di quanto non fosse stato in passato.

Gli studenti, tramite le occupazioni delle università, le autogestioni, le assemblee e le manifestazioni volevano far sentire la loro voce ed esprimere il loro dissenso verso: le politiche imperialiste, in quanto “la violenza dispiegata contro i popoli del terzo mondo era la prova tangibile di quanto limitata e condizionata fosse la libertà che veniva loro promessa, apparente la pluralità delle scelte consentite, ipocrita la buona coscienza del dopoguerra” (1968 Dizionario della memoria); la critica era rivolta anche alla guerra in Vietnam e all’autoritarismo della società, “autoritaria era la famiglia che riproduceva i ruoli già definiti e stigmatizzava ogni comportamento deviante, autoritaria la scuola che trasmetteva un modello di disciplina sociale e un’educazione alla subalternità”

 

Qui di seguito un docu­mento redatto dagli studenti duran­te l'occupazione della facoltà di Let­tere dell'università di Roma, nel feb­braio1968.Vi possiamo ritrovare, seppure espressi schematicamente, alcuni motivi ricorrenti del Movimento studentesco, come il rifiuto dell'autoritari­smo accademico, l'individuazione di un nesso indissolubile tra quest'ultimo e il carattere «di classe» della scuola, la denuncia dell'insufficienza culturale dell'università.

 

“Noi occupanti la facoltà di Lettere consideriamo che l'insuccesso di tutte le rivendicazioni avanzate per anni dal movimento studentesco è dipeso essenzialmente dalla man­canza di potere effettivo da parte degli organismi che avevano la pretesa di rappresentare gli stu­denti (Unuri, Orur, associazioni tradizionali). Pensiamo che la no­stra battaglia debba procedere se­condo la strada che si è comincia­ta a seguire in questa occupazione, cioè senza che gli studenti deleghi­no a nessuno la direzione della lo­ro lotta. Identifichiamo come caratteristica fondamentale dell’attuale struttu­ra universitaria il suo carattere di selettività, selettività che si articola in due momenti:

1.          l'università è una struttura di classe nella misura in cui esclude nei fatti coloro che per motivi di bi­sogno economico sono costretti a cercare un’occupazione retribuita alla fine della scuola dell'obbligo;

 2. all'interno poi di quella mino­ranza che è riuscita ad entrare nel­l'università, sussistono discrimi­nazioni ulteriori di natura cultura­le e educativa, l’università infatti:

a) non mette a disposizione degli studenti strumenti materiali di ri­cerca, cosicché solamente coloro che possono provvedervi con mez­zi propri riescono a colmare questa lacuna;

b) non fornisce una metodologia cri­tica che renda gli strumenti di lavo­ro passibili di un’utilizzazione al­ternativa alla logica del sistema. All'interno di questo metodo d'in­segnamento lo studente si trova ad essere oggetto passivo, privo d’ogni incidenza. Sono infatti i pro­fessori che detengono tutto il pote­re in tutte le fasi del lavoro univer­sitario: scelta degli argomenti su cui svolgere la ricerca; metodi di svolgimento di essa; controllo del­la accettazione dei contenuti da parte dello studente con lo stru­mento dell'esame. È questo l'autoritarismo accademi­co, attraverso il quale la struttura gerarchica della società si ripre­senta nell'università e si crea gli strumenti per la sua perpetuazione. Dalla mancata comprensione del rapporto esistente fra i due momen­ti in cui si articola il carattere selet­tivo dell'università, è derivato il so­stanziale fallimento della lotta che il movimento studentesco ha con­dotto finora. Cardini di questa lotta sono stati la richiesta di una compartecipazione passiva alle scelte effettuate dal potere accademico (politica degli organismi rappresentativi), oppure l'astratta richiesta della democra­tizzazione dell'università così co­me è attraverso l'allargamento della sua base sociale (richiesta del diritto allo studio). Oggi invece la rivendicazione del diritto allo studio acquista un nuo­vo significato con l'istanza di uno studio metodologicamente e quali­tativamente diverso. E solo attra­verso l'allargamento del servizio universitario a tutto il corpo socia­le che le proposte di una nuova ge­stione dello studio acquistano si­gnificato reale.

 Un’università limitata nella sua base sociale non può essere che autoritaria. All'autoritarismo contrapponiamo il potere studentesco. L’università in lotta identifica co­me suo momento decisionale l'as­semblea generale. Il potere che ad essa è attribuito non significa sol­tanto contrattare su più vasta scala con la controparte, bensì decidere concretamente le forme e i conte­nuti del lavoro universitario. Gli studenti tolgono l'iniziativa al corpo accademico e riconoscono che nulla di ciò che interessa loro può essere escluso dall'università e tutto ciò che vi si studia può essere messo in discussione. A questo sco­po, le commissioni in cui si articola l'assemblea sottopongono a critica la didattica e contemporaneamente dissacrano il prestigio dei professo­ri dimostrando che il possesso da parte loro degli strumenti culturali e della qualificazione tecnica è il canale attraverso cui la società im­pone i suoi valori e l'adesione ai suoi moduli di comportamento. In quest’opera le commissioni in­dividuano nuovi temi di ricerca e pongono l'esigenza di far poi sfocia­re il loro lavoro nell’organizzazione di corsi, le cui caratteristiche sono:

·          selezione del tema da parte degli studenti e dei professori su un pia­no di parità

·          utilizzazione dei professori e d’altre persone anche estranee alla logica della carriera accademica, come esperti a disposizione degli studenti.

Tali corsi esplicheranno il massimo della loro funzione in un’univer­sità che abbia abolito le assurde di­visioni in facoltà e sia centrata nel principio dell’interdisciplinarietà, e in cui sia assicurata la possibilità di partecipazione a tutti sia dal pun­to di vista delle strutture edilizie e di ricerca sia soprattutto dal punto di vista economico (salario genera­lizzato senza condizioni).

In questo contesto l'occupazione rappresenta non un momento episo­dico di lotta, né una manifestazione di solidarietà a una campagna sulla riforma universitaria che si svolge sopra le nostre teste. Essa rappre­senta invece da un lato la matura­zione di un'analisi cosciente e T'ini­zio di una lotta permanente contro la struttura autoritaria, dall'altro l'esperienza pratica del nuovo modo di fare lo studio e la ricerca.

Strategia conseguente a questa ana­lisi e a questo obiettivo consiste nel­la lotta permanente del movimento studentesco, che si articola in:

1. occupazione dell'università co­me spazio politico per l'individua­zione e l'elaborazione degli stru­menti e degli obiettivi della lotta;

2. occupazione a singhiozzo imme­diata o imprevedibile;

3. occupazione durante l'orano delle lezioni di singole aule, impe­dendo al professore la lezione, o sostituendo alla sua lezione dibat­titi su argomenti che interessino gli studenti;

4. impedimento delle normali atti­vità accademiche in ogni forma possibile.

Gli obiettivi della nostra lotta sono gli obiettivi della lotta di tutte le università italiane: da mesi gli stu­denti di Torino occupano le loro fa­coltà; gli studenti di Pisa e Firenze sopportano il peso della repressio­ne poliziesca; Napoli, Lecce, Tren­to, Padova, Milano, Siena sono unite nel movimento.

L’esigenza del collegamento nazionale è improrogabile”.

 

 Da Documenti della rivolta universitaria, a c. del Movimento studentesco,Laterza,Bari 1968 pp.380-83

 

 

I movimenti di protesta studentesca videro l’alba in America nel ’64 con l’occupazione dell’università di Berkeley che si ribellò ai divieti imposti dalle autorità accademiche di fare politica nelle università.La lotta degli studenti universitari americani fu indistricabilmente collegata al movimento  per i diritti civili,importanti furono le rivendicazioni razziali dei neri con Martin Luter King e Malcom X, e a quello pacifista, mobilitato soprattutto contro la guerra in Vietnam.

 A partire dal ’65, infatti non fu più possibile tracciare una netta via di divisione tra lotta studentesca e impegno contro la guerra e i bombardamenti.

Tutti i principali momenti di lotta nei campus, dai grandi scioperi alle occupazioni, mira il sud-est asiatico. Direttamente, con la cacciata dei reclutatori dalle università e con le manifestazioni contro gli uomini in visita del governo, e, più spesso, indirettamente,denunciando il coinvolgimento delle università nello sforzo bellico,soprattutto a livello di ricerca tecnico scientifica,e chiedendo l’interruzione dei rapporti, spesso strettissimi, tra grandi università e strutture militari e paramilitari.prenderanno infatti di

Anche in Europa è presente la contestazione che divenne più forte intorno al ’68-’69; i giovani cercano una maggior liberta in una società rigida, spesso di regime,vogliono una maggior partecipazione politica e una più forte democrazia di base oltre a riforme universitarie che ridimensionino la selezione diretta o indiretta all’interno degli istituti.

Gli studenti si attivarono in occupazioni  manifestazioni e assemblee a cui i governi rispondevano con arresti e repressioni e da cui si svilupparono il “maggio francese” e la “primavera di Praga ”:braccio di ferro tra occupazioni e sgomberi della polizia, manifestazioni e repressioni che spesso si trasformavano in scontri violenti e guerriglia urbana.

In Italia lo scontro sociale si configura  in unione alle proteste e rivendicazioni operaie che impedirono il lento affievolirsi dei movimenti studenteschi che,infatti, si unirono alle occupazioni nelle fabbriche e portarono avanti la loro critica innestando un processo di rinnovamento che caratterizzò tutti i successivi anni ‘70